Festival di Venezia: Intervista a Simone Emiliani

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di Fabio Bandiera

L’edizione numero 78 del Festival di Venezia è di sicuro da annoverare tra le più ricche e corpose in termini di qualità.

Un’ennesima conferma del livello altissimo raggiunto in quest’ultimo decennio in cui la storica rassegna lagunare è diventata, dati alla mano, il punto di riferimento assoluto del panorama cinematografico internazionale.

Edizione ricca di sorprese e di cinema italiano con ben cinque film in concorso e diverse pellicole nelle sezioni parallele, sintomo evidente di una stabile ripresa di produzioni nazionali e di uscite in sala dopo il buco nero creato da questa maledetta pandemia.

La speranza è che da Venezia si riparta senza ulteriori chiusure e che le proiezioni in presenza, rigorosamente all’insegna del Green Pass, tornino ad occupare e a saziare la nostra voglia di cinema, cosa che solo parzialmente le piattaforme hanno attenuato in questa fase.

Di questa edizione veneziana abbiamo avuto il piacere di condividere alcune riflessioni con Simone Emiliani, colonna portante ed ex Direttore della storica fanzine Sentieri Selvaggi.

Uno dei critici nostrani più esperti e accreditati, docente, scrittore, attualmente selezionatore della sezione della Settimana della Critica della Mostra del cinema di Venezia e collaboratore di prestigiose riviste di settore.

Presente insieme alla sua redazione alla kermesse abbiamo raccolto le sue impressioni sulla rassegna appena conclusa per fare il punto della situazione attuale e sullo stato di salute di questo mondo meraviglioso, ed in continua mutazione, chiamato settima arte.

Buongiorno Simone, partiamo dai verdetti della giuria. Diverse sorprese tra cui anche il Leone d’oro. La tua opinione?

La questione dei verdetti è sempre una materia complicata, come sempre si accavallano rumours e voci sul Toto-Leone che quest’anno Barbera ha stigmatizzato con un tweet abbastanza polemico.

La Giuria si sa è blindata, ma qualche soffiata di soppiatto è sempre dietro l’angolo, anticipare ai giornali il palmares è a mio avviso una pratica scorretta e deprecabile.

Detto questo posso dire che la cosa che ho trovato sorprendente che il film di Mario Martone non abbia avuto alcun riconoscimento, uno dei migliori suoi film ed una delle interpretazioni sublimi di Tony Servillo.

Per quanto riguarda il Leone, non era tra i miei favoriti anche se si tratta comunque di un film asciutto ed essenziale, una storia forte, quella dell’aborto clandestino nella Francia degli anni sessanta, interpretato da una bravissima Anamaria Vartolomei che avrebbe potuto vincere anche la Coppa Volpi di miglior attrice.

Un film che di sicuro farà parlare e che troverà una sua distribuzione ed una visibilità grazie al trionfo veneziano, d’altronde i festival servono anche a questo, mentre per esempio il film bellissimo di Sorrentino non avrà bisogno di essere lanciato perché di sicuro farà i suoi incassi in sala e sarà visto da tantissime persone in streaming su Netflix.

Questione sicurezza. Dopo il miracolo del 2020 anche quest’anno l’edizione si è svolta in totale sicurezza e con un consistente aumento di presenze. Stiamo uscendo definitivamente dal tunnel?

Speriamo proprio di sì, certamente l’anno scorso dopo l’annullamento di Cannes si temeva anche per Venezia e qui devo dire che Alberto Barbera e tutta l’organizzazione hanno compiuto un mezzo miracolo garantendo lo svolgimento del festival anche in presenza.

Quest’anno, pur avendo il Green Pass, sono stati rispettati tutti i protocolli di sicurezza e di distanziamento e sull’App apposita si potevano prenotare online i biglietti delle rappresentazioni, anche se solo con settantadue ore di anticipo.

Sul discorso del rientro definitivo in sala direi che ci siamo e in tal senso Venezia ci offre una quantità elevatissima di film da andare a vedere sul grande schermo.

La qualità generale della kermesse anche quest’anno è stata altissima. Venezia ci ha ormai abituato ad edizioni memorabili all’insegna della quantità e della qualità. 

Si, è sotto gli occhi di tutti che il livello del Festival è altissimo, un trend che va avanti da moltissimi anni grazie soprattutto alle gestioni Muller e Barbera che in modo differente hanno ridato nuova linfa e uno slancio internazionale alla rassegna.

Le edizioni targate Muller hanno riportato un certo tipo di cinema americano al Lido, dando contestualmente molto spazio alla cinematografia asiatica che ha avuto in quegli anni tantissima visibilità, e di questo gli va dato atto.

Barbera dal 2012 di sicuro ha implementato la presenza americana sul red carpet e ha dato anche grandi opportunità al cinema italiano di qualità selezionando in maniera equilibrata i titoli delle varie rassegne.

Quella di quest’anno è senza dubbio una delle più riuscite visto il livello assoluto delle pellicole, se guardi i voti della nostra redazione ai film in concorso la media è altissima e i voti più bassi scendono raramente sotto il sei.

Il senso dei Festival dopo la pandemia. Molte rassegne si sono svolte in questa fase inevitabilmente in streaming o in forma ibrida, una realtà ormai consolidata che può portare benefici anche in futuro? Mentre un Festival come Venezia deve rimanere rigorosamente in presenza?

I festival importanti, come Venezia o Cannes, devono a mio avviso prediligere integralmente la presenza mantenendo solo una minima parte online per film collaterali che potrebbero avvantaggiarsi della piattaforma digitale, cosa che di fatto già avviene.

Per molte altre realtà tra virgolette minori o locali la forma ibrida è senz’altro conveniente sia economicamente che logisticamente, uno dei pochi effetti positivi che ci ha portato il Covid, permettendo la fruizione dei film anche a chi non può esserci fisicamente.

Sarà a mio avviso mantenuta anche in futuro con notevoli vantaggi organizzativi ed in termini di visibilità.

La figura del critico cinematografico di oggi. Mestiere a rischio e in balìa di siti e blog dove ognuno si improvvisa esperto cinefilo?

E’ ovvio che con l’avvento del web, che di fatto ha cambiato il mondo, anche noi critici ci siamo dovuti adeguare al cambiamento comunicativo indotto dai social.

Ciò non vuol dire abbassare la qualità, ma renderla più accessibile per appassionare i lettori senza essere troppo cervellotici o auto-referenziali, Sentieri Selvaggi si è dato questo compito per tenere in vita il nostro settore e la nostra funzione coinvolgendo soprattutto le generazioni più giovani.

Ci siamo fatti una sana autocritica e abbiamo intrapreso una scelta coerente e vicina alla realtà che viviamo oggi.

Il cinema di oggi. Tante, troppe uscite in sala che passano inosservate, mentre imperano sovrani i blockbuster che monopolizzano incassi e distribuzione. Situazione dannosa e irreversibile? Ben vengano le piattaforme che recuperano queste uscite fantasma in seconda battuta?

Si è innegabile che le uscite settimanali sono troppe e non hanno nemmeno un lancio adeguato, si intasano i calendari e anche il cinefilo più accanito fa fatica a combattere con oltre dieci film in sala a settimana. I colossal e i blockbuster resistono di più in sala e hanno una visibilità smisurata.

Dune è l’esempio attuale di quanto questo tipo di film faccia presa sul pubblico, a discapito di meteore che vengono mortificate nel tritacarne distributivo.

Le piattaforme servono innegabilmente anche a questo, perché il cinema più viene visto e meglio è, spesso e volentieri aiutano a recuperare titoli sfuggiti in sala, ma anche qui è importante che ci sia un criterio altrimenti rischiano solamente di essere titoli a casaccio buttati in un contenitore.

Il film o i film della tua vita?

Domanda impossibile a cui rispondere, dovrei sceglierne uno per ogni decennio ed è francamente difficile stilare una classifica generale assoluta.

Trovo per esempio l’universo Marvel molto stimolante e intrigante, ma se dovessi fermarmi all’ultimo decennio sceglierei Holy Motors di Leon Carax perché dentro quel film ce ne sono almeno altri sette otto.

Un film sorprendente interpretato da un grandissimo Denis Lavant che mi ha preso sia a livello fisico che mentale, un universo multiforme che condensa tutto il cinema potenziale di questo grande regista.

Il cinema italiano. Ottimi segnali da Venezia, il malato sembra godere oggi di ottima salute?

Si devo dire che lo stato di salute del cinema italiano visto a Venezia è molto buono, ottimi riscontri per Martone e Sorrentino.

Sorprendentemente matura e coraggiosa anche la seconda opera di Gabriele Mainetti, che tutti aspettavano al varco dopo il successo di Jeeg Robot.

Sia in concorso che nelle altre sezioni si è vista tanta qualità e a mio avviso il cinema italiano di oggi può contare rispetto a quindici anni fa di un’ottima generazione sia di registi che di attori in grado di coprire un numero elevatissimo di ruoli.

Oggi è bello andare a vedere un film italiano in sala perché c’è un’ampia scelta tra autori consolidati e tantissime nuove leve che ci fanno ben sperare per il futuro.

Per chiudere. Il PNRR in che termini deve agire concretamente per dare nuova linfa ad un settore che ha pagato a caro prezzo questa maledetta pandemia?

Il cinema ha geneticamente una forza attrattiva e credo che andrebbe innanzitutto insegnato nelle scuole, per tutto il suo vissuto e il bagaglio di storia che si porta dietro che si identifica in molti casi con quella del nostro Paese.

Prevedere aiuti e sostegni per le piccole sale, quelle storiche di provincia e delle grandi città, per mantenerle in vita e modernizzarle perché hanno di sicuro una forza attrattiva e divulgativa nell’ambito delle loro piccole o grandi comunità.

I prezzi devono essere più accessibili a tutti e personalmente eliminerei tutta quella pubblicità che poco ha a che vedere con la cultura cinematografica.

Se oggi vai in un multisala tra quello che spendi e il tempo che ci metti c’è qualcosa che non torna in antitesi con quello che invece il cinema dovrebbe essere, speriamo comunque in un autunno di grande ripresa sempre nel rispetto dei protocolli e delle norme di sicurezza.

Fabio Bandiera

Tempo di lettura: 3’00

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