1968: 50 ANNI DI OCCASIONI MANCATE

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1968: 50 ANNI DI OCCASIONI MANCATE di Claudio Razeto

Quando esplose il ’68, pochi si resero veramente conto che quei sentimenti, colori, musica, mista a protesta e contestazione, avrebbero rischiato di cambiare l’intero modo di vedere il mondo occidentale.

I fatti che in pochi mesi dilagarono a macchia d’olio dagli Usa all’Europa dapprincipio parvero più una questione di ordine pubblico che una vera rivoluzione culturale.

Poi però le domande dei giovani universitari e le azioni che ne seguirono fecero comprendere al mondo intero che quel movimento non si sarebbe fermato con le cariche della polizia e i lacrimogeni.

“Siate realisti, domandate l’impossibile”, diceva il manifesto del maggio francese, chiudendo con le parole: “vogliamo essere felici”. Già, felici.

IL ’68 IN ITALIA E NEL MONDO

In Italia il ’68 significò voglia di rivoluzione, libertà sessuale, amore libero, femminismo, assemblearismo, seguito dal desiderio di abbattere uno Stato borghese ritenuto inadeguato alle nuove domande della società.

Il ’68 poneva l’accento su una protesta globale, planetaria, accusava le società perbeniste e borghesi, il modo di vedere il mondo e non le singole nazioni in cui dispiegò i suoi effetti.

Se A Praga si cercò inutilmente di mettere fiori nei cannoni dei carri armati russi, a Berkeley si scese in piazza contro la guerra del Vietnam e la segregazione razziale, a Parigi si contestò De Gaulle e a Roma i governi democristiani.

Nel ’68 a Memphis veniva assassinato Martin Luther King e a Los Angeles cadeva sotto i colpi di un altro sicario, Bob Kennedy erede politico del Presidente JFK.

A VALLE GIULIA SOCIETA’ MESSA IN DISCUSSIONE

Nel ’68 una generazione al potere, considerata vecchia e superata, venne messa in discussione da giovani hippy e da maestri di ispirazione marxista che imposero decenni di tendenze socioculturali anche in Italia.

Il 1 marzo 1968 agli scontri di Valle Giulia a Roma c’erano molti di quei pensatori da Ernesto Galli della Loggia a Giuliano Ferrara, da Paolo Liguori a Michele Placido, poliziotto dall’altra parte della barricata.

E Pasolini che in quei giovani contestatori vedeva i figli dei borghesi da abbattere. La nuova sinistra vide emergere personaggi come Mario Capanna e Toni Negri e alimentò i miti rivoluzionari di Che Guevara, Ho Chi Minh e Mao.

Si voleva cambiare la società per renderla più libera, più giusta. Un mondo di pace e amore, senza guerre, senza ingiustizie, aperto e tollerante, attento ai suoi equilibri in armonia con la natura e l’ecologia, come in Imagine, la canzone di John Lennon (1971).

UN CAMBIAMENTO EPOCALE MANCATO

Il cambiamento epocale riuscì? L’utopia andò al potere? Non esattamente.

Venne il terrorismo poi l’edonismo reaganiano, gli spensierati anni ’80, il liberismo selvaggio, il tempo delle grandi lobby, gli scandali, le tangenti e la latitanza lenta ma inesorabile dei grandi statisti e delle grandi filosofie.

I CONTESTATORI DEL ’68 E L’ATTUALE CLASSE DIRIGENTE

La classe che contestava è diventata, almeno in parte, classe dirigente, la nostra, quella che oggi è al comando in un mondo cambiato e forse ancora più confuso di allora.

La società fu certamente modificata ma non venne stravolta dal ’68 ed anche se, a 50 anni di distanza, se ne continua a celebrare il mito, si può dire che tanto, troppo resta ancora da fare per renderla migliore.

E che forse, per come stanno le cose, non c’è molto da celebrare a parte una grande occasione mancata.

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 1’30”

 

 

 

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