Blockchain e Videogiochi

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di Emiliano “Emix” Ribaudo

Blockchain e Videogiochi, a primo acchitto, non suona proprio come cacio e pepe.

Suona un po’ come carbonara e cozze, ecco.

O vongole e grana, se preferite.

Eppure, malgrado le forti immagini derivanti dai succitati abbinamenti gastronomici e miei dunque ovvi bias sul tema, l’argomento è vivo.

Più o meno tutti i grandi attori del mercato (a parte Nintendo) hanno annunciato che, presto o tardi, cercheranno di sfruttare commercialmente cose come:

  • token non fungibili (NFT),
  • Metaversi,
  • Crypto monete,
  • formaggio sul pesce e qualunque altro concetto possa ravvivare una altrimenti noiosa conference call di fine quadrimestre.

Ma proviamo a spiegare con parecchia approssimazione e una probabile inesattezza di fondo di cosa stiamo parlando.

Blockchain?

Tra i fondamenti dell’informazione organizzata troviamo i database;

in essi, i dati vengono immagazzinati e possono essere consultati, taroccati, analizzati o venduti alle agenzie meta-pubblicitarie.

Chiunque può crearsi il suo database, per diversi fini;

Pensiamo al libro di ricette di tua nonna.

Tua nonna potrebbe scrivere una ricetta nuova e incollarla al libro, cambiandolo, o strappare una pagina e usarla per farcire il tacchino, e siccome il manoscritto è liberamente accessibile da tutti i membri della famiglia, chiunque può fare lo stesso.

Il controllo sugli autori e veridicità dei contenuti è dunque non impossibile, ma piuttosto complicato.

Se tua nonna poi si stufasse e decidesse di bruciare il ricettario, ormai pieno di scarabocchi e appunti per caramellare i grassi, e si mettesse a seguire su Instagram qualche sedicente chef, quella conoscenza andrebbe perduta per sempre.

Se invece il ricettario fosse powered by blockchain, non esisterebbe un solo ricettario, bensì uno per ogni membro della famiglia, tutti incatenati telepaticamente tra di loro (occhio alla bolletta della telepatia perché di ‘sti tempi…)

E se tua nonna strappasse una pagina, tutti gli altri ricettari, che passano il tempo a controllare che le informazioni siano le stesse in ogni anello della catena, se ne accorgerebbero, dicendo:

“Nonna, porca paletta, perché hai strappato una pagina?” 

“Per farcire il tacchino, dà volume al ripieno” 

“Nonna non siamo a Stalingrado, per favore lascia perdere.” 

Una copia di questa conversazione verrebbe poi aggiunta a tutti i ricettari, presenti e futuri.

Blockchain consente quindi una grande tracciabilità’, dato che qualunque azione venga condotta sul ricettario, entra a far parte di una nuova copia decentralizzata dello stesso ricettario e non può essere rimossa tanto facilmente.

L’immutabilità delle informazioni è un punto forte se, metti il caso, volessimo comprare il primo tweet del creatore di Twitter.

La blockchain garantisce che quel tweet era effettivamente di Jack Dorsey, lui stesso lo firma per garantire, e che adesso invece il proprietario sei tu.

E se un hacker facesse finta di essere te e ti rubasse il malloppo?

La blockchain non può far nulla per quello, sorry.

Affronteremo la parte in cui tutti i ricettari competono tra di loro utilizzando tanta energia quanto la Nuova Zelanda per risolvere enigmi computazionali in cambio di bitcoin un’altra volta, sebbene cotanta tracciabilità e sicurezza, di fatto, a cos’altro potrebbe servire se non a scambiarsi soldi immaginari su Internet senza intermediari?

È un’ottima domanda!

Qualcuno crede che si possa usare questo baraccone anche per impreziosire i nostri amati videogiochi.

Dice che si potrebbe usare la blockchain per identificare e poi vendere “oggetti” virtuali unici, come una gif di una scimmia o nuovo cappellino per lo spara tutto online di turno, che sarebbero “tuoi” grazie ad un unico attestato di veridicità, garantito da una dispendiosa transazione nella blockchain.

Che sarebbe un po’ come dire:

“Facciamo un gioco, vedi quella nuvola nel cielo?

Se mi dai 30.000 $ scrivo sulla blockchain che è tua!”

Divertentissimo.

Qualcuno potrebbe anche domandarsi, forse confuso dalla dubbia eticità di una simile transazione, perché scomodare la blockchain per un risultato raggiungibile altrettanto efficacemente, forse anche più efficacemente, con qualsiasi altra tecnologia come un qualunque database o un mastrino?

È un’altra ottima domanda.

Steam, la più grande piattaforma di digital delivery, nel dubbio, ha già bannato i videogiochi che offrono NFT o basati sulla blockchain.

Mentre l’Epic Game Store, il principale competitor di Steam, li abbraccia.

Il fatto è che a quelli piace fare il bastian contrario.

I 68 miliardi che Microsoft ha sganciato per comprarsi Activision, a mio dire, sono anche un investimento verso un unico universo di intrattenimento digitale, laddove metaverso è un po’ la buzz-evoluzione del concetto di ecosistema o casinò a tema, se preferite, in cui passare tutto il nostro tempo, possibilmente spendendo la valuta dell’impresa al company store.

Ma i Gamers, persone sveglie, hanno già espresso forti critiche, portando anche a cambiare i piani di qualche produttore.

In un mondo sempre più digitale, il concetto dietro ad attestati unici di proprietà o a una sorta di registro non centralizzato di tutti questi beni virtuali, ha il suo perché.

Solo non chiedetemi quale sia il vantaggio che un videogioco o un giocatore potrebbe trarne.

Emix Ribaudo

Tempo di lettura 2’50”