CANCRO ALLA PROSTATA: VIAGGIO ALL’INFERNO E RITORNO

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di Alex F. Romeo

Il cellulare squilla nel bel mezzo della giornata. Una telefonata che non ti aspetti. E mai avresti voluto ricevere.

“Signor Romeo, le sue analisi del sangue hanno evidenziato qualcosa. Dobbiamo farle una risonanza magnetica.” E risonanza magnetica sia.

Un bel camice verde, che si annoda sul retro, come per i matti, e quasi null’altro addosso. Liquido di contrasto iniettato in vena. Nel secondo braccio, perché nel primo l’infermiere l’ha clamorosamente mancata.

Pronti via, steso in un lettino sopra il quale un apparecchio cilindrico vaga su e giù sul corpo con un ronzio tale che sono state fornite delle cuffie da dj e degli auricolari che trasmettono musiche che si suppongono essere rilassanti per attutirne l’effetto.

Falliscono miseramente, perché l’infermiera, nell’inserire le cuffie nelle orecchie, ne ha fatta quasi cadere una dall’orecchio. Dovrei farlo presente, ma non importa: il rumore della macchina é l’ultimo dei miei problemi: il medico sta investigando per capire cos’altro c’è dietro il lieve ingrossamento della mia prostata.

Quarantacinque minuti che sembrano un’eternità, in cui devo rimanere immobile. Decido di addormentarmi per allontanare il senso di claustrofobia della macchina.

“Tra circa due settimane faremo sapere l’esito al suo medico curante”, mi dicono. Di giorni ne passano due o tre: altra telefonata: “Signor Romeo, c’è qualcosa che va approfondito,  le dobbiamo fare una biopsia”.

Non sono un medico, intuisco che la faccenda si fa seria, ma non me ne rendo conto fin quando rientro a casa e trovo mia moglie con gli occhi lucidi: ha letto una lettera a me indirizzata, dove dice che c’è una lesione di quarto grado nella mia prostata: visto che la scala va da 1 a 5, non serve un luminare per intuire la diagnosi: probabile cancro alla prostata; quanto sia serio lo scoprirò tra circa due settimane, termine fissato per una biopsia.

D’accordo, di cose peggiori nella vita ce ne sono tante, ma un esame del genere non é precisamente una passeggiata di salute: un sondino infilato nel retto, all’interno del quale uno ago ti bucherella la prostata per prelevare campioni da esaminare, in cerca di cellule tumorali: il sistema sanitario inglese é stato così gentile da mandarmi una bella imagine che spiega cosa mi aspetta. Che carini.

In questo lugubre percorso una luce si staglia all’orizzonte nella figura del medico che mi opera: un accento che mi pare familiare: il dottor Paolo, di Trieste, comincia a spiegarmi nella lingua di Dante, cosa mi aspetta durante l’operazione… e soprattutto dopo. Mi dice che a un primo esame non c’è niente di sinistro: penso a mio figlio che ha sei anni, e reprimo le lacrime. Devo essere forte, se non per me stesso, almeno per lui.

E continuo a guardare la sua foto nel mio cellulare quando – ad operazione conclusa – rimango seduto nella toilette per orinare, condizione necessaria per essere dimesso.

Non ricordo quanta acqua ho bevuto, so solo che ho dovuto aspettare un’ora perché il gonfiore del canale urinario – causato dalla biopsia – si attenuasse e sbloccasse l’urina.

Va detto che al giorno d’oggi ci sono vari gradi di cancro alla prostata, e per alcuni di essi pare non sia neanche necessario un intervento. Ciò dovrebbe essermi di sollievo, peccato che nella mia famiglia casi di tumori ne ho vissuti abbastanza per diffidare di qualsiasi parola di circostanza.

Otto giorni in attesa del responso medico – preparare il testamento, inserire il nome di mia moglie nei canti bancari, cercare in qualche modo di preparare mio figlio all’evenienza – cosa che a posteriori mi pento di aver fatto – cercare di capire come sostituire il mio reddito per mandare avanti la famiglia senza di me.

Con una telefonata ë iniziata questa storia, con una telefonata si conclude: riconosco ormai il numero sul display; dopo un preambolo che mi é sembrato più lungo dei tre tomi del Mulino del Po’ di Bacchelli, la dottoressa mi comunica che non di tumore si tratta, ma di una infiammazione della prostata.

 

Avendo 53 anni, ci sta.

Dopo aver esplulso sangue misto a urina per una decina di giorni (altro sgradevole effetto collaterale della biopsia), la mia vita sta tornando alla normalità.

Spero che la mia storia serva per esortare i nostri lettori – specie cinquantenni – a fare una visita di controllo, anche se apparentemente non avvertono disturbi, visto che Il tumore alla prostata rappresenta globalmente la quinta causa di morte per tumore negli uomini.

Alex F. Romeo

Tempo si lettura: 3’00

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