Chi dice Pasqua dice pastiera.

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di Alberto Aiuto

Pablo Neruda ci ricorda che “il più delle volte, un abbraccio è staccare un pezzettino di sè  per donarlo all’altro, affinché possa continuare il proprio cammino meno solo”.

Invece oggi ci stiamo preparando a vivere una Pasqua drammaticamente diversa da tutte le altre che abbiamo vissuto, anche di quelle con il sottofondo del Covid, che non è scomparso, ma che oggi fa meno notizia, complice la guerra alle porte di casa.

Anche stavolta gli auguri di pace che ci siamo scambiati a Natale si sono rivelati parole vuote. Anche stavolta nell’uovo non ci sarà la sorpresa che tutti vorremmo: un mondo dove Buon giorno vuol dire veramente Buon giorno, dove i fatti concreti prevalgono sulle vuote parole, in una società con maggiore solidarietà e meno arroganza ed egoismo. Fortunatamente, in momenti come questi, esistono le tradizioni che ci ricordano il sentimento d’appartenenza alla razza umana e ci fortificano.

E cosa c’è di più tradizionale, specialmente nel napoletano, della Pastiera, o meglio come affermava Eduardo De Filippo, di “Sua Maestà la pastiera”?

La pastiera napoletana è il dolce tipico del periodo pasquale, perchè

“Pasqua senza pastiera niente vale:

è ‘a Vigilia senza l’albero ‘e Natale,

è comm’o Ferragosto senza sole”.

La leggenda narra che alcuni pescatori, a causa dell’improvviso maltempo, erano rimasti in balia delle onde, per un giorno e una notte; le loro mogli, gli portarono in dono al mare, per calmalo, una cesta colma di grano, uova, canditi e fiori d’arancio, che mescolati dalle onde diedero vita ad una torta.

I pescatori, una volta rientrati a terra, a chi domandasse come avevano potuto resistere così tanto tempo, risposero che avevano potuto mangiare la Pasta di ieri.

Storicamente pare che la pastiera sia nata in un monastero presso San Gregorio Armeno alla fine del XVI secolo.

“Tra Amalfi e Positano, mmiez’e sciure

nce steva nu convent’e clausura.

Madre Clotilde, suora cuciniera

pregava d’a matina fin’a sera;

ma quanno propio lle veneva‘a voglia

priparava doie strat’e pasta sfoglia…”

Suor Clotilde nel periodo pasquale usava preparare un dolce mescolando uova, ricotta e grano con le spezie asiatiche e il profumo dei fiori d’arancio del Golfo. Il tutto guarnito, dopo la cottura nel forno, con crema e amarene candite.

Ogni ingrediente aveva un significato preciso: il grano cotto nel latte rappresenta la fusione del mondo animale con quello vegetale; la ricotta, l’abbondanza; la farina è simbolo di ricchezza, le uova, di rinascita e nuova vita; l’essenza dei fiori d’arancio rappresenta la primavera; il cedro e le spezie aromatiche testimoniano l’accoglienza di tutti i popoli lontani.

In tempi recenti si è diffusa una credenza popolare secondo la quale le listarelle sulla Pastiera devono essere in numero di sette per simboleggiare la planimetria di Neapolis, ossia tre decumani e quattro cardi incrociati a scacchiera del centro storico di Napoli.

Correttamente conservata si mantiene fino a 5/6 giorni dopo averla sfornata, ma a memoria d’uomo nessuno ha mai visto campare così tanto una pastiera.

Insomma la pastiera porta un messaggio di accoglienza tra i popoli e di rinascita di un’umanità nuova.  In un momento in cui la diplomazia sta fallendo, perché non provare ad inviare in Russia qualche pastiera? Chissà che il nuovo Zar non scopra un po’ di …. bontà.

Un caldo abbraccio a tutti e … Salam Aleikum.

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 2’30”

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