Fake news: alcune considerazioni

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di Simone Buffa

Le fake news sono un fenomeno molto diffuso oggigiorno, in tempi di social network. Ma lo erano già persino in epoche assai più remote.

Addirittura, risalendo indietro nel tempo, vi sono tracce di fake news o bufale -oggi conclamante- diffuse già nell’antica civiltà greca, con esiti quantomeno controversi.

Notizie non documentare o scarsamente verificate segnarono, infatti, le sorti di personaggi storici, come il politico ateniese Pericle ed il generale spartano Pausania.

Vittime di elaborati piani messi a punto dai rispettivi detrattori.

Piani basati su  quelle che oggi chiameremmo appunto “fake news”, atte ad esautorare la credibilità di un rivale agli occhi della comunità circostante.

Fake news come strumento politico, quindi, scorretto ma vecchio come il mondo.

La facilità con cui è possibile incappare nel tranello di una bufala sembra essere un tratto connaturato in molti individui. E tale tratto non poteva sfuggire alla disamina di un attento osservatore delle umane debolezze quale era William Shakespeare.

Nel teatro shakespeariano, infatti, c’è un caso celebre di fake news, intorno a cui si costruisce l’intreccio narrativo di una delle tragedie più note: l’Otello.

Nell’opera, il protagonista Otello cede alla furia cieca della gelosia uccidendo Desdemona, sua moglie, abboccando proprio ad una fake news.

Secondo la trama, l’infido Iago architetta un piano ben congegnato per convincere Otello dell’infedeltà della moglie Desdemona e del tradimento con Cassio, su cui Iago stesso vuol gettare discredito.

Ma cos’è che induce molta gente a fidasi di notizie non documentate, ritenendole tuttavia attendibili?

Chi può essere, in definitiva, vittima di una fake news?

Sono tante le teorie psicologiche che affrontano questa tematica e tutte rimandano alla struttura psicologica del complotto.

“Svegliaaa!!!!”

“Non celo dicono!”

“I vaccini provocano autismo”

“I poteri forti”

“Omeopatia vs Big Pharma”

Paranoia, senso di persecuzione.

Le dinamiche ravvisate da psicologi e terapeuti che si sono occupati dell’argomento “bufale e fake news” hanno a che vedere con il soddisfacimento del senso di gratificazione che, chi le diffonde, prova nel colpire l’attenzione dell’interlocutore.

Seppur in totale buona fede.

E lo fa ricorrendo a teorie rivoluzionarie, in controtendenza (si parla spesso a sproposito di “controinformazione”).

Complotti.

Teorie semplicistiche eppure, in un certo senso, rassicuranti.

Ricordi falsi connessi a fatti mai avvenuti

In un esperimento condotto dalla psicologa e ricercatrice irlandese Gillian Murphy dell’Università di Cork, è stato dimostrato come molti dei quali abboccano ad una bufala riescano anche a rievocare ricordi legati alla fake news stessa.

Ricostruzioni mentali aprioristiche, connesse a fatti mai avvenuti realmente.

Le fake news possono generare falsi ricordi, quindi, che non fanno che alimentare la tesi del complotto stesso.

E forse è proprio questa la chiave.

Perché si abbocca ad una bufala?

Non tutti abboccano. Il tasso di riuscita può dipendere da molti fattori, tra i quali la verosimiglianza di un post condiviso all’improvviso su facebook o whatsapp.

O di un video che diviene virale in poco tempo su youtube.

Ma non basta. Per attecchire, una bufala necessita di terreno fertile.

Generalmente le fake news riescono a colmare un vuoto cognitivo e di scolarizzazione in soggetti i cui mezzi di analisi e confutazione logica risultano limitati.

Specie in un contesto contemporaneo di bombardamento, continuo e giornaliero, da parte di una quantità di informazioni enorme, difficile da gestire.

Responsabilità dei media? Analfabetismo funzionale?

Chi condivide fake news tipicamente le fa proprie ed è pronto a difendere la propria posizione anche a scapito della messa in atto di processi logico-analitici di verifica delle fonti.

Rigettando biecamente ogni qualsivoglia approccio scientifico alla questione.

Si creano vie preferenziali, olistiche o fantasiose. In ogni caso, più semplici da intendere. Ma molto spesso del tutte prive di fondamento.

Se non pericolose.

Basti pensare alle decine di americani finiti d’urgenza al pronto soccorso per aver seguito i consigli di Trump circa i disinfettanti da iniettarsi in vena per sconfiggere il coronavirus.

La vittima di una bufala, seppure nella più totale buona fede, produce un danno alla società. E lo fa divenendo parte di quel meccanismo di risonanza mediatica che la rete può offrire, semplicemente condividendo una notizia falsa.

Proprio come un virus.

Il bisogno di colmare un vuoto: l’effetto Ganzfeld

Negli anni ’30, lo psicologo Wolfgang Metzger compì delle ricerche nel campo della deprivazione sensoriale.

Scoprì come la privazione percettiva di uno o più sensi simultaneamente (vista e udito, prevalentemente) generasse episodi allucinatori nei pazienti testati.

Il fenomeno è noto come effetto Ganzfeld (dal tedesco “campo completo”) e si dice che fosse noto fin dall’antichità.

I seguaci di Pitagora usavano ritirarsi per ore in caverne molto buie con lo scopo di entrare in uno stato psichico alterato, nel quale sperimentavano stati allucinati auto indotti per trarne saggezza.

L’effetto Ganzfeld (detto anche “cinema del prigioniero”) è innescato da esposizione a un campo di stimolazione uniforme e non strutturato.

Rumore bianco.

In assenza di segnali esterni, il cervello amplifica il rumore neurale al fine di cercare i segnali visivi mancanti.

L’elettroencefalogramma si modifica. Il cervello inizia a modificare la propria attività bioelettrica.

Le onde cerebrali iniziano a spostarsi verso la fase theta e delta, le fasi cioè associate ad uno stato semi-onirico e allo stato di sonno.

ll “rumore” viene così interpretato nella corteccia visiva superiore e provoca allucinazioni.

Una forma di compensazione.

Dal caos all’ordine.

E’ come se il cervello cercasse di dare comunque un senso a stimolazioni esterne in realtà del tutto prive di struttura.

“Il sonno della ragione genera mostri” (Goya)

Allo stesso modo, un appiattimento del senso critico e analitico produce un effetto di deprivazione sensoriale del tutto riconducibile ad un rumore bianco, seppur sul piano dei processi cognitivi.

Chissà come sarebbe finita la storia di Otello se non avesse dato retta alle bufale di Iago. Forse sarebbe stato ancora lui al comando dell’esercito veneziano e non Cassio.

Varrà allora la pena ricordare le parole di Karl Popper, quando a proposito di conoscenza oggettiva diceva:
“Ogni qualvolta una teoria ti sembra essere l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere”.

Simone Buffa

Tempo di lettura: 2’00”

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