“Le cose succedono quando noi pensiamo ad altro” affermava John Lennon. Ebbene, anche se siamo distratti dalla quotidianità, dovremmo considerare che la globalizzazione non è un fenomeno recente.
Nonostante questo termine sia in uso da pochi decenni, le sue radici possono partire dal XIII secolo, con il commercio globale che ha sempre avuto un ruolo fondamentale.
Un’importante ondata di globalizzazione si verificò poi tra il 1840 e il 1914, grazie a innovazioni tecnologiche come navi a vapore, ferrovie e telegrafo, che ridussero le distanze e facilitarono gli scambi.
La storia moderna parte negli anni Settanta del secolo scorso con la nascita di una nuova ideologia, il neoliberismo che fornisce le idee, i presupposti culturali, le linee guida intellettuali e gli slogan politici che stanno alla base di quel processo di integrazione dei mercati e di riduzione delle distanze che chiamiamo, appunto, globalizzazione.
Negli anni Novanta avviene, però, una grande rivoluzione tecnologica con la diffusione capillare di Internet e dei telefoni cellulari. Le nuove tecnologie favoriscono gli scambi di dati e informazioni, aprono nuove opportunità di business, modificano in maniera radicale intere filiere produttive. Mercati, produzioni, consumi e anche modi di vivere e di pensare vengono connessi su scala mondiale, grazie ad un continuo flusso di scambi che li rende interdipendenti e tende a unificarli.
Nel 1995 nasce l’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization, WTO) a cui aderiscono 164 paesi con lo scopo di regolamentare e favorire gli scambi internazionali, innanzitutto riducendo o abolendo sia le barriere tariffarie, (i dazi doganali), sia le barriere non tariffarie (quantità, quote, regolamentazioni varie, al commercio internazionale). L’idea economica di base è che se ogni paese si specializza in quelle produzioni nelle quali è più efficiente, ci sarà un vantaggio per tutti. Da notare che la Cina entrò nell’Organizzazione Internazionale del Commercio nel 2001, ponendo i germi della futura crisi del processo di globalizzazione.
Conseguenze pratiche della globalizzazione
La globalizzazione ha creato su scala mondiale interdipendenze sociali, culturali, politiche, tecnologiche e sanitarie sempre maggiori, “annullando” le culture, le tradizioni, i costumi, il pensiero e i beni culturali.
L’effetto collaterale è stata la modificazione delle economie nazionali.
Questo fenomeno ha permesso a milioni di famiglie di accedere per la prima volta a beni di consumo (automobili e televisori, vestiti e condizionatori), prodotti in larga parte da manodopera a “basso costo” nei Paesi dell’Asia che però ricorrono a risorse (materie prime) provenienti da altri Paesi.
In pratica, ci siamo illusi di beneficiare di una nuova “divisione internazionale del lavoro”: ai cinesi/asiatici i mestieri operai, le produzioni di massa a basso costo come il tessile e calzaturiero, le industrie “sporche” come miniere, acciaio, chimica, cantieristica, a noi le attività a maggior valore aggiunto come i servizi avanzati, il software.
Questo ha fatto migrare le fabbriche e, udite udite, i capitali in Asia mentre l’Occidente ha importato la povertà (leggi immigrazione).
Di fatto ha rovinato la classe operaia del mondo occidentale, i cui salari si sono livellati al livello più basso possibile. Non solo, anche l’overturism, che specie nelle città d’arte, tocchiamo con mano, è frutto della globalizzazione.
Gli sviluppi nell’infrastruttura dei trasporti e della tecnologia (l’aereo a fusoliera larga, i voli a basso costo, gli aeroporti più accessibili) hanno reso gli spostamenti più convenienti. I viaggi turistici sorpassarono per la prima volta la pietra miliare di un miliardo di turisti internazionali (globalmente) nel 2012.
Nell’immaginario collettivo la globalizzazione è vista come un fenomeno specifico degli ultimi decenni, è entrato a far parte del lessico comune e i media di massa ne fanno larghissimo uso.
Tuttavia se analizziamo l’evoluzione del mondo/umanità, nel Nord America, in Europa e in Asia, l’invecchiamento della popolazione e la diminuzione della natalità determinano la decrescita di famiglie nuove, mentre quelle più anziane comprano meno beni materiali e sono più inclini a spendere in viaggi e vacanze.
Di fatto, la produzione mondiale sta diventando progressivamente meno importante per l’economia globale, e (anche) per questo si assiste ad un fenomeno di riduzione della manodopera impiegata nelle fabbriche in quei Paesi in cui le filiere produttive negli scorsi anni erano state delocalizzate.
La globalizzazione è in declino e i governi (anche quello italiano) erogano sussidi o erigono barriere doganali per proteggere i mercati.
Globalizzazione ed entropia
La globalizzazione è spesso percepita come un fenomeno progressivo, che si è andato sviluppando nel tempo in modo naturale e considera la condizione attuale come una fase intermedia tra un generico passato e un vago futuro.

Per rassicurarli, e conquistarne i voti, i nuovi leader ripetono che occorre proteggersi, chiudere le frontiere e la mente.
Quanto accaduto in queste settimane è una reazione ai vent’anni di globalizzazione sfrenata: sembra essere una rivoluzione culturale senza precedenti per le sue dimensioni e la sua radicalità nella storia del mondo, impegnata ad assumere una portata universale, costringendoci a vederne le cose che non vanno (più).
Stiamo dunque vivendo alla la “fine della globalizzazione” o se vogliamo, al tentativo di deglobalizzare?
In generale, il secondo principio della termodinamica ci dice ogni sistema tende spontaneamente dall’ordine al disordine.
Gli esperti chiamano questo fenomeno entropia. Esiste dunque una tendenza naturale al cambiamento, alla trasformazione che è presente in pressoché tutti i contesti.
L’unica certezza nella vita che ci rifiutiamo di accettare è il cambiamento.
L’entropia agisce costantemente contro di noi: se vogliamo realizzare obiettivi ambiziosi dobbiamo imparare a non arrenderci mai! Anzi più che pensare all’entropia come qualcosa “contro” dovremmo semplicemente accettarla e vederla invece come un’opportunità, un’occasione per provare a non essere o fare sempre la stessa cosa.
Dunque pensare ad un cambiamento non è impensabile. La deglobalizzazione tout court rappresenta un’inversione di tendenza.
Descrive il processo di riduzione dell’interdipendenza e dell’integrazione tra diverse parti del mondo, il più delle volte tra stati nazionali, con una diminuzione del commercio internazionale, degli investimenti, dei flussi finanziari e persino della circolazione di persone e idee attraverso i confini.
Implica dunque un ritorno a politiche più nazionalistiche e localizzate.
Tuttavia non possiamo parlare di deglobalizzazione a 360°, poiché l’informazione è globalizzata, Il mondo resta globale, negli oceani viaggiano i container, nella rete le idee e le immagini, l’informazione e le idee continuano a circolare liberamente, e questi aspetti della globalizzazione sembrano inarrestabili.
Non si possono né fermare né contenere, in quanto ad oggi fanno parte della nostra vita. Quel che è finito è la globalizzazione come ideologia.
Considerazioni finali
Innanzitutto ricordiamo in slang latino che “natura non facit saltus”, anche se nella storia, l’umanità ha già vissuto momenti apparentemente improvvisi:
- la rivoluzione francese che affermò i tre valori fondamentali “Libertà, Uguaglianza, Fraternità” della democrazia;
- il “Sessantotto” che contestò i valori tradizionali, l’ordine sociale esistente e le istituzioni;
- la scoperta dell’America, che segnò la fine del Medioevo e l’inizio dell’Età Moderna, portando a una nuova visione del mondo;
- la stampa, che rivoluzionò la storia dell’umanità, permettendo la diffusione rapida e su larga scala di libri e informazioni, e quindi della conoscenza.
La deglobalizzazione è una trasformazione della globalizzazione, che invece si sta evolvendo. Comprendere e adattarsi a questa nuova realtà è fondamentale per affrontare le sfide future e cogliere le opportunità emergenti.
Più che una brusca inversione di tendenza, assistiamo a un rallentamento dell’integrazione economica globale.
Questo fenomeno è stato accelerato da eventi come la crisi finanziaria del 2008, la pandemia di COVID-19 e le tensioni geopolitiche recenti, che hanno evidenziato la fragilità delle catene di approvvigionamento globali.
La deglobalizzazione rappresenta una sfida complessa con implicazioni significative per l’economia, la politica e la società.
Mentre alcuni vedono un’opportunità per rafforzare le economie locali e preservare le identità culturali, altri temono che possa portare a isolamento, inefficienze economiche e tensioni geopolitiche.
Il dibattito su come bilanciare gli aspetti positivi della globalizzazione con la necessità di proteggere gli interessi nazionali è destinato a proseguire nei prossimi anni.
Complessivamente la globalizzazione è stata una buona cosa. Colpevole di errori ed eccessi, purtroppo.
Ma l’idea di unire l’umanità rimane una bella idea.
Se ci si parla non ci si odia.
Chi viaggia impara.
Chi commercia non si fa la guerra.
Ecco perché fa paura il terremoto di magnitudo del 10° grado della scala Trump.
Tempo di lettura: 3’00”





















