In prigione e che ti serva da lezione

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di Gaetano Buompane

L’altro giorno i miei figli mi hanno detto che io sarei stato il ladro e loro le guardie, e così abbiamo iniziato a giocare.

Avevo rubato un sacco di soldi e mi stavano alle costole. Per un attimo ho pensato di poter fuggire all’estero con tutto il malloppo, ma ad un maledettissimo posto di blocco mi hanno riconosciuto, ammanettato e messo direttamente in prigione, seduto su una sedia.

Ero pronto al peggio, una condanna per direttissima, quando invece è arrivata una svolta improvvisa che non avrei mai potuto immaginare. Mi hanno comunicato che se fossi riuscito a scappare mi avrebbero dato una ricompensa.

In un primo momento ho pensato ad una presa in giro, ma poi, viste le mie condizioni, ho creduto valesse la pena provarci.

Utilizzando un ferretto che chissà quando avevo nascosto nella bocca ho aperto le manette, mi sono alzato dalla sedia e sono scappato.

Finalmente libero!
Ho avuto così diritto al mio premio.

Mi hanno infilato al collo una medaglia “come quella degli atleti delle Olimpiadi” e mi hanno riempito le tasche di soldi “così – hanno detto – non avrai più bisogno di rubarli”.

Qualcosa nel mio cuore di delinquente si è spezzato lasciando entrare una luce di tenera speranza.

Di fronte a tanta bontà e comprensione, mi è venuto di giustificarmi per la mia spregevole condotta di cittadino disonesto.

Come si fa in questi casi, invece di deprecare le mie azioni e cospargermi il capo di cenere, ho dato tutta la colpa alla nostra società malata, orfana ormai da troppo tempo di una direzione popolarmente condivisa che faccia gli interessi del ceto medio il quale, sempre più impoverito nella speranza e negli ideali, aspira alla ricchezza facile, veloce, a qualsiasi costo.

“Ecco – ho detto quasi in lacrime – in realtà sono una vittima caduta inconsapevolmente in questo equivoco sociale, perdonatemi”.

A questo punto della storia, non so se per il fatto che mi abbiano creduto sulla parola o se perché anche loro fossero convinti di essere i rappresentanti di una società alla deriva, i poliziotti mi hanno regalato varie scatole di medicine contro in mal di testa.

Solo in quel momento ho capito cosa i due poliziotti avessero appena fatto: avevano creato uno Stato basato sui principi dell’assistenzialismo più spinto, assumendosi il compito del mantenimento economico e sanitario dei propri cittadini.

In poco tempo in quella società di fantasia si è stabilito un benessere diffuso che ha ridotto drasticamente gli episodi di criminalità e ridato la gioia di vivere, ma ha anche portato ad una problematica stagnazione nel gioco.

Con le medicine mi sono curato e ho potuto curare la mia povera mamma, coi soldi ho comprato da mangiare e pagato l’affitto, ma di me – ho chiesto – che ne sarebbe stato?

Così, inaspettatamente, i due poliziotti mi hanno dato una divisa, un distintivo e mi hanno messo in una scuola di addestramento.

Volevano farmi diventare come uno di loro.

Che storia fantastica! Da ladro a poliziotto.

C’erano statue di delinquenti sparse un po’ ovunque e il mio compito era quello di arrestarle, omaggiarle con una medaglia al collo e dare loro dei soldi.

Credo di essere stato il primo della mia classe perché in men che non si dica mi hanno dato una macchina della polizia e già ero a lavoro sulla strada.

Da peggiore dei delinquenti, grazie ad un programma assistenzialistico efficiente ero diventato una persona rispettabile e con un lavoro onesto.

Che bella storia che avevamo sviluppato, e che orgoglio dei miei figli, pur nella loro ingenuità mi avevano condotto alla redenzione invece di farmi marcire in una prigione.

Decisi così che avrei dovuto ricambiare tutta quella generosità e fiducia diventando un poliziotto irreprensibile.

Ironia della sorte la prima macchina che ho fermato è stata quella delle due guardie che mi avevano salvato la vita.

Mi sono avvicinato con aria da duro e ho chiesto con fermezza di fornirmi patente e libretto. “Ma siamo noi – mi hanno detto – i tuoi amici poliziotti”.

Non mi interessava, avevo constatato un fanalino posteriore rotto e le gomme lisce. Erano in contravvenzione e siccome la patente era scaduta, avrei sequestrato anche il veicolo.

È iniziato uno spiacevole battibecco e gli animi si sono scaldati.

Non so se stessero facendo i finti tonti o se davvero non avessero capito la situazione, fatto sta che per uscire dall’impasse in cui eravamo finiti invece di continuare ad essere un poliziotto fino in fondo e compiere il mio dovere (magari arrestandoli per resistenza a pubblico ufficiale e poi offrire loro la possibilità di redimersi e sperimentare insieme un altro tipo di società alternativa a quella assistenzialistica) sono tornato a ragionare da delinquente chiedendo loro dei soldi per poterli lasciare andare.

Non era cambiato niente, da ladro incallito ero diventato un poliziotto corrotto.

Così, ignorando le proteste dei miei figli, mi sono rifiutato di proseguire il gioco.

Mi sono ammanettato da solo e mi sono condotto in prigione.

In questo momento sono ancora lì, seduto sulla sedia, a riflettere.

Il Sofà è una rubrica settimanale.
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Foto da Pixabay

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