I veri artisti non muoiono di fame

18327
Scarica il podcast dell'articolo

di Simone Buffa

I veri artisti non muoiono di fame

  • Che lavoro fai?
  • Faccio l’attore?
  • Sì, ma che lavoro fai veramente?

Questo scambio di battute deve risultare parecchio familiare ad attori, musicisti ed artisti in generale. In Italia e all’estero.

L’adagio è sempre lo stesso: l’artista muore di fame.

Con la speranza che, una volta passati a miglior vita, verrà riconosciuto postumo il successo sperato.

Questa visione dell’artista “morto di fame” è probabilmente un’idea romantica, ispirata a casi notevoli, come quello di Van Gogh.

Il riconoscimento del talento e del genio del pittore olandese giunse solo anni dopo la sua morte, allorquando le sue opere venivano scambiate da collezionisti a cifre sempre più alte.

Un trionfo del tutto inimmaginabile in vita.

Nel 2017 l’autore americano Jeff Goins pubblica un testo dal titolo “Real artists don’t starve”, un saggio volto a smantellare la comune credenza secondo cui l’artista sia uno squattrinato che, nel tentativo di imporsi col proprio talento creativo, intanto muore di fame.

Gli artisti muoiono davvero di fame?

Nell’immaginario collettivo l’artista è costretto a vivere di stenti, in condizioni economiche risibili.

Fanno la fame, quasi come una condanna o una regola del contrappasso.

A tal proposito vorrei suggerire il video di Marco Montemagno su questo argomento:

https://www.youtube.com/watch?v=oNI687kwhr0

It’s a long way to the top (if you wanna rock ‘n’ roll), intonavano gli AC/DC.

Sono molto frequenti i casi di artisti, oggi volti noti di tv e cinema, che nei lunghi anni di gavetta hanno intanto fatto altro. Altri mestieri, altri lavori. Spesso umili e sottopagati.

Ecco giusto un paio di esempi.

Dell’appena scomparso Gianfranco D’Angelo si sa che lavorasse alla SIP prima di divenire noto al grande pubblico.

Lo stesso dicasi per Pierfrancesco Favino, che ha dichiarato di recente di aver lavorato come buttafuori, cameriere e pony express per pagarsi gli studi alla Silvio D’Amico ed un mini appartamento di appena 30 metri quadrati.

Panta Rei

Nel video di Marco Montemagno viene citato il caso di John Grisham, che certamente non moriva di fame con il suo mestiere d’avvocato, nel periodo in cui a poco a poco andava trasformandosi in uno scrittore di romanzi di grande successo.

In Italia, poi,  è celebre il caso del compianto Luciano De Crescenzo, ingegnere presso la IBM, prima di dedicarsi alla narrativa, alla saggistica e allo spettacolo.

Tuttavia, lasciare di getto il precedente lavoro e tuffarsi in un’avventura del tutto differente può comportare grossi rischi.

È necessario attuare delle strategie che accompagnino il cambiamento, se si vuole che una seconda vita sia possibile.

In fondo, il cambiamento non può essere combattuto o ostacolato.

È inevitabile, è connaturato nell’essenza dell’umana esistenza.

Ed avviene continuamente.

Simone Buffa

Tempo di lettura: 1’30”

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.