L’uomo più triste del mondo

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di Gaetano Buompane

Mi ricordo perfettamente il giorno in cui ho conosciuto l’uomo più triste del mondo. È stato a suo modo un incontro mesto, senza grazia, ai tavolini di un bar di second’ordine, in una mattinata grigia, che prometteva pioggia.

Ed è incredibile, perché prima che arrivasse al nostro appuntamento, il sole splendeva alto nel cielo e avevo scelto per l’appunto uno dei bar più accoglienti e frequentati della città sicuro che questo gli avrebbe risollevato un po’ l’animo.

Non avevo resistito e mentre aspettavo avevo già fatto fuori uno dei cornetti al cioccolato più buoni che avessi mai mangiato accompagnato da un cappuccino cremoso, denso, che ancora ne sento il gusto in bocca.

Ricordo perfettamente che buttando giù un sorso pensai che persino l’uomo più disgraziato del mondo si sarebbe sentito un pascià sperimentando le delizie di quel bar.

Perché in fondo cosa c’è di più bello se non trovare la felicità nelle piccole cose quotidiane e assaporarne la bellezza e la perfezione per quello che sono, senza pretendere che siano qualcos’altro.

Ma quando lui è arrivato e si è seduto di fronte a me, su di noi si è addensata improvvisamente una penombra indefinita carica di cattivi presagi e un cameriere sdrucito e maleducato ci ha servito, senza che glielo avessimo chiesto, due caffè espressi tiepidi accompagnati da un diplomatico tagliato in due, con il ripieno di crema rinsecchito.

Senza guardarmi negli occhi l’uomo ha bevuto il suo caffè e poi ha fatto un respiro profondo, pieno di rassegnazione.

Allora, giusto per attaccare discorso gli ho detto “Buongiorno” cercando di sembrare il più cortese possibile, ma lui si è piegato in un pianto soffocato, talmente straziante da farmi sentire in colpa per tutte le sue sofferenze.

Eppure chi aveva combinato l’incontro era stato molto chiaro circa il pericolo di un coinvolgimento emotivo e che avrei dovuto evitarlo in qualsiasi modo altrimenti avrei rischiato seriamente che un poco di quella tristezza mi si sarebbe appiccicata addosso per sempre.

Non ci avevo creduto, ho pensato fossero tutte sciocchezze, tanto che mi ci sono fatto anche una bella risata sopra. Alla fine, con quella spavalderia tipica dei giovani incoscienti, ero andato all’incontro sottovalutando il pericolo ed erano bastati pochi minuti perché l’uomo più triste del mondo mi folgorasse col suo malefico potere.

Quando ha finito di piangere si è ricomposto sulla sedia e si è soffiato il naso rumorosamente. Gli ho detto che qualsiasi cosa fosse stato a renderlo così triste mi dispiaceva tanto e per tutta risposta ha fatto un altro respiro profondo.

Mi ha detto che se non c’era altro lui avrebbe preferito andarsene e prima di salutarci mi ha detto anche che non ci sarebbe più stato bisogno di rincontrarci.

Quando ha girato l’angolo in fondo alla strada, il sole è tornato a splendere e il bar ha ripreso le sembianze a me familiari.

Per provare a scrollarmi di dosso il disagio per quell’incontro surreale, ho fatto cenno al cameriere di portarmi il solito.

Seppur cremoso e denso il cappuccino, questa volta, non mi parve un granché e il cornetto, fragrante e delicato, era decisamente povero nel ripieno di cioccolato.

Per non parlare del conto, scandalosamente salato.

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Foto da Pixabay

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