Le cose cambiano: ovvero la morte della cravatta

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di Gaetano Buompane

Le cose cambiano. Quante volte lo abbiamo sentito dire o detto noi stessi, sottolineando il momento con una nota di dolente malinconia a trasfigurarci il viso e velarci lo sguardo.

L’ho sempre trovata una affermazione irritante, spudoratamente falsa, forse perché non riuscivo ad accettare che le cose potessero cambiare davvero.

In verità le cose cambiano, eccome. E può essere così, da un momento all’altro, oppure silenziosamente, nel corso degli anni, finché ci accorgiamo che a quei cambiamenti ci siamo già abituati.

Insieme a noi cambiano gli usi e i costumi della società, i modi di vivere e di interpretare le nostre esistenze. E a decifrare questi mutamenti sono spesso oggetti comuni, di uso quotidiano. Come la cravatta.

In Italia in molti le hanno già dato l’addio, ne hanno decretato la fine. E i numeri, in effetti, non sono per niente confortanti.

Nel 2020 il sell-out, cioè le vendite al consumatore finale, sono crollate del 50%, le esportazioni hanno subito una flessione del 42,7%. Effetto pandemia, certo, ma la crisi dell’accessorio maschile per eccellenza si fa sentire ormai da molto tempo.

In fondo già Luca Carboni in una sua canzone del 1998 cantava “Ma a che cosa serve la cravatta/chiedi ma non c’è nessuno che lo sa/in questo mondo un po’ artificiale/è molto importante l’inutilità”.

Alle soglie del nuovo millennio si iniziava a respirare un certo snobismo verso la formalità, la convenzionalità, e la cravatta era uno dei simboli di una immutabilità che nemmeno gli squillanti anni ‘80 erano riusciti ad eliminare, limitandosi al tentativo di rielaborarne il significato e semmai ad usarla come provocazione.

Il fatto è che le vendite sono in calo da più di dieci anni, precisamente dal 2008, con un picco negativo di 16,1% nel 2o13. La pandemia potrebbe aver dato la spallata definitiva.

È successo, innanzitutto, che gli ambienti di lavoro si sono svecchiati, permettendo di indossare abiti più casual. Con la Millennial Generation, ossia di quelli nati fra la metà degli anni ‘80 e la metà degli anni ‘90, l’immagine della professionalità e del successo si svincola definitivamente dal vestiario impegnativo. Mettere in mostra i bottoni non è più sconveniente, anzi, con una audace rivoluzione non ci siamo limitati a riporre la cravatta nel cassetto, ma anche ad aprire il primo bottone della camicia per mostrare il collo.

Più di due terzi delle cravatte di seta fabbricate nel mondo provengono dalla zona di Como e il crollo delle vendite ha senza dubbi avuto ripercussioni in tutto il distretto serico lariano. Un’eccellenza del Made in Italy che tra i primi deve fare i conti con il cambiamento dei tempi.

Il tessile comasco è considerato il migliore al mondo per qualità, precisione della stampa e dei colori e la seta italiana è unica per l’eccellente connubio tra contenuto tecnologico e creativo.

Fino alla metà del ‘900 qui si allevava anche il lepidottero, più conosciuto come baco della seta. La fibra proteica derivata dalla sua bava solidificata, una volta lavorata, produce un filo elastico, morbido e lucente.

Alla metà del 1800 la filiera dell’industria della seta italiana aveva raggiunto il massimo della produzione, contava 45 mila impiegati nel settore, 157 filande e 246 impianti di fornitura. I setaioli comaschi erano famosi in tutto il mondo e i loro preziosi tessuti vestivano papi e principi. Era il prodotto del lavoro di tutta una comunità, di una instancabile manodopera che partiva dalle cascine dove il duro lavoro delle povere genti lombarde contribuiva alla realizzazione di un prodotto di eccellenza.

Quando i gelsi erano in pieno rigoglio i pelabrocch, i ragazzi, venivano mandati sugli alberi a “pelare le fronde”, le foglie cibo per i bachi. La bigattera curava le fasi della formazione del bozzolo e poi l’esercito delle filandere, costrette a giornate di durissimo lavoro in fabbrica, trattavano i bozzoli per ricavarne il filo.

Cinque gelsi ogni cento pertiche di terreno. Così fu imposto nel 1468 da Galeazzo Maria Sforza Duca di Milano. Non certo per una scelta paesaggistica, quanto appunto per avviare in grande stile la produzione della seta.

Umanista, di temperamento instabile e sregolato, di carattere altero tendente alla superbia,  fu un entusiasta sostenitore dell’artigianato lombardo. Nell’esercizio del potere non fu certo un moderato, anzi dimostrò di essere arrogante e a tratti brutale. Ostentava un amore viscerale per il lusso e la ricchezza, persino le stanghe sulle quali stavano gli uccelli erano coperte di seta, con ricami d’oro e d’argento.

Una congiura di nobili Milanesi, suoi acerrimi nemici, lo pugnalarono a morte di fronte la chiesa di Santo Stefano poco prima che compisse 33 anni.

Le cose cambiano, eccome se cambiano.

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Foto da Pixabay

 

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