Lavorare, lavorare, lavorare

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di Gaetano Buompane

Passeggiando sul lungomare di San Benedetto del Tronto è facile imbattersi in un monumento realizzato dall’artista contemporaneo Ugo Nespolo. L’imponente struttura di 7 metri di altezza riporta la scritta, a caratteri cubitali, “Lavorare, lavorare, lavorare, preferisco il rumore del mare”. Un’ode all’ozio, si dirà, tanto più che la città è nota per essere una meta vacanziera. Niente di tutto ciò, più che altro si vuole intendere che dietro il troppo lavoro si celano molto spesso pericolosi sentimenti di desiderio e avidità. Occorre smetterla di affannarsi ad inseguire necessità fasulle e fermarsi più spesso, invece, ad ascoltare il racconto della vita narrato dalla voce della natura. Si sa, la società moderna, fin dagli albori della rivoluzione industriale, ha deciso di intraprendere un cammino fatto di produzione crescente e di costante innovazione tecnologica. Un modello economico scellerato e senza scrupoli che ha come unico obiettivo vendere sempre di più cavalcando l’ipnotico messaggio che “avere è potere”. Ma davvero oggi la concezione che abbiamo del lavoro è la stessa del 1998 quando il monumento di Nespolo è stato collocato sul lungomare? O, senza andare troppo lontani nel tempo, la stessa di un anno fa? A causa della pandemia il livello di disoccupazione è aumentato drasticamente. Tra i giovani, quasi il 40% sono i disoccupati. A chi già non lavorava prima di marzo del 2020 si sono aggiunti quelli che hanno perso il lavoro negli ultimi dodici mesi. Questo significa che una grande quantità di persone invece di ascoltare il rumore del mare vorrebbe semplicemente lavorare. Per non parlare dei piccoli imprenditori e dei ristoratori che hanno un bisogno impellente di tornare a produrre per cominciare a risanare i debiti che si sono accumulati nei mesi di chiusura forzata. Curiosamente dall’altro lato, secondo una recente ricerca medica, il 60% dei lavoratori soffre di mal di schiena ormai cronico. Tale percentuale è aumentata anche per colpa dell’Home Working, ossia il lavoro da casa, una modalità di impiego che si è rivelata ottima per le aziende che hanno ridotto i costi, ma complicata per i dipendenti che hanno allestito nelle loro abitazioni spazi di lavoro inadeguati e spesso sono stati incapaci di separare il tempo destinato al lavoro da quello della vita privata. Ma la vera rivoluzione è avvenuta col boom delle consegne a domicilio. Le multinazionali del settore hanno trovato nella pandemia una vera e propria miniera d’oro generando fatturati da capogiro, ma calpestando sistematicamente i diritti dei propri dipendenti. Chi ha una bici e voglia di buttarsi nel traffico un impiego lo trova facile. Il problema è che lo stipendio è da fame e se a fine giornata riesci a tornare a casa sano e salvo ti devi ritenere fortunato. Insomma, col tempo le esigenze cambiano, ciò che è immutabile è il rumore del mare.

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Foto di Tima Miroshnichenko da Pexels

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