Plastica. La nostra nemica amatissima.

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di Alberto Aiuto

“Se stiamo insieme ci sarà un perché”, si chiedeva tanti anni fa Riccardo Cocciante.

Sarà abitudine o necessità?

In fondo l’umanità convive con la plastica solo dal 1855, quando fu sintetizzato il rayon (impiegato come fibra artificiale).

Seguirono:

  • celluloide,
  • bakelite,
  • nylon,
  • poliuretano,
  • teflon,
  • cellophane,
  • PVC,
  • polietilene (oggi impiegato a piene mani per i “sacchetti di plastica”),
  • fòrmica.

Infine, “least but not last, il Moplen, un polimero per il quale nel 1963 Giulio Natta ottenne il premio Nobel per la chimica (insieme a Ziegler).

Ebbene tutta queste sostanze fanno talmente parte della nostra quotidianità che anche impegnandoci sarà difficile separare le nostre strade.

Circa 60 anni fa, Carosello “impose” l’uso del Moplen, pubblicizzato da Gino Bramieri con lo slogan “e mo’ e mo’, moplen”, e della plastica in generale:

Oggi è difficile immaginare una vita senza la plastica, anche se ci fanno orrore, i suoi danni.

Ad esempio, senza polimeri, rinunciando ai conservanti alimentari (banditi perché nocivi), le perdite di cibo lungo la filiera distributiva fino alla tavola passerebbero dal 3% attuale al 26%.

Col PVC (polivinilcloruro), oltre ai dischi (i famosi vinili), si fanno le sacche ematiche delle trasfusioni o gli isolanti dei cavi elettrici.

Con il polipropilene si fa il tessuto non tessuto dei camici usa e getta e delle mascherine.

Con il polietilene ad alta densità facciamo i flaconi dei detergenti, dei sanificanti, degli oli motore.

Con l’ABS facciamo gli elettrodomestici, ma anche i frigoriferi da laboratorio o da ospedale e molte parti delle automobili.

Dopo la guerra agli “shopper”, ora lottiamo contro gli imballaggi in plastica, che proteggono i generi alimentari (e non solo) senza pensare che se non fossero utilizzati, si tornerebbe agli anni ’50, quando per conservare i cibi si utilizzava il metallo, che pesa 3 volte tanto e che quindi richiederebbe 3 viaggi per portare la stessa quantità di merce sullo scaffale del supermercato dove noi la compriamo.

Per non parlare dell’energia necessaria per fondere, stampare e rifinire un pezzo di metallo (una risorsa limitata) rispetto ad un pezzo di plastica.

La guerra alla plastica: è davvero risolutiva?

Intanto, per sgravarci la coscienza abbiamo iniziato dichiarando guerra alle posate e alle cannucce di plastica.

Evviva!!!!

Abbiamo però dimenticato che se venissero riciclate, non provocherebbero alcun danno.

In realtà, il problema della plastica non è la plastica, ma il comportamento incivile degli utilizzatori e le azioni criminali di certe aziende di raccolta e smaltimento.

Dobbiamo infine ricordare che India e Cina (2,5 miliardi di persone) e gran parte del continente asiatico, sono i maggiori responsabili al mondo dell’inquinamento, anche se noi occidentali diamo una mano

(“not in my backyard”, diciamo).

Gran parte della produzione industriale dell’Asia è destinata all’Occidente.

Vi abbiamo hanno spostato le fabbriche perché lì produrre costa poco: la mano d’opera è quasi gratis, e non ci sono spese per smaltimenti e filtri anti-inquinamento.

Guerra alla plastica: il “take home message”

In realtà più che la guerra all’inquinamento o al cambiamento climatico dovremmo fare la guerra al consumismo.

È il nostro atteggiamento culturale che dovremmo modificare.

Le cose da combattere sono l’inciviltà, gli interessi senza scrupoli e lo spreco.

Vincendo la battaglia sui comportamenti, inoculando senso civico ed etica, si risolverebbero un sacco di altri problemi.

Ma noi ci limitiamo a guardare il dito e non la luna.

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 2’00” 

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