Vecchiezza italica: il culto del passato che blocca il futuro

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di Claudio Razeto

Vecchiezza italica:

Le classi dominanti raggiungono e mantengono il potere attraverso una combinazione di coercizione e consenso. L’ideologia è fondamentale nella ricerca del consenso poiché crea soggetti che volontariamente si sottomettono all’autorità delle classi dominanti. L’egemonia viene raggiunta sfruttando il senso comune della gente, ovvero quell’insieme di credenze popolari, stereotipi e semplificazioni presenti nella coscienza collettiva di una nazione (…)”.

Antonio Gramsci, da Quaderni dal carcere

L’Italia oggi sembra uno strano animale. Il corpo diretto in avanti ma con la testa all’indietro.
Un po’ tipo il cane a sei zampe dell’Eni.
Andiamo inevitabilmente verso il futuro. Siamo obbligati.
Ma una buona parte di noi, guarda nostalgicamente al passato.
I mitici anni 60, i 70, gli anni 80.
Al futuro di questo paese, pensano in pochi.

Non i politici focalizzati sull’oggi e subito. E sulla prossima scadenza elettorale.

Senza un vero progetto globale.
Non i sindacati che tutelano lavoratori per lo più anziani, che si vuole portare alla soglia dei 75 anni lavorativi.
Non ci pensano i maitre a penser della cultura, del giornalismo, della comunicazione e dei media, vecchi anche loro, come le loro teorie.
Quando qualcosa di “giovane” emerge, tipo Greta o le Sardine, viene impallinato al volo, da un paese di vecchi incernierato nei ruoli di potere.


Quando si apre, di solito, a spallate come accaduto con Grillo e i suoi, una sede di potere, una strana malia trasforma anche i “giovani” in vetusti politicanti, con le stesse guarentigie e privilegi, di quelli che c’erano prima.

In mezzo una o anche due generazioni bruciate sull’altare della globalizzazione.

Le generazioni che dovevano avvantaggiarsi della tecnologia sono stati schiacciate dal mondo web, con lavori sottopagati e basati sul cottimo.

Le aziende di casa nostro hanno de-localizzato in maniera selvaggia e guardato al modello cinese, senza pensare ad un futuro sostenibile.

Oggi, dopo il locklockdown da Coronavirus, si pentono ma forse è tardi per recuperare.
Dopo il virus dovrebbero, il condizionale è d’obbligo, arrivare i soldi europei ma mancando un progetto vero, nemmeno i miliardi promessi dalla Bce o dall’Europa troveranno una seria collocazione.
Il Paese antico, con la testa girata al passato, non sa cosa farne, abituato a campare con poche percentuali di Pil e tagli ad ogni bilancio.

Siamo vecchi e nostalgici.

Un esempio ci viene dalla tv di Stato, la Rai.
La programmazione sembra un inno alla “vecchiezza” più spinta .
Si guarda con nostalgia a tutto ciò che è targato anni 60, 70, 80 ma non c’è traccia di un vero salto nel 2000. A parte il calcio e lo sport, in parte, nulla unisce gli italiani considerati nella loro totalità anagrafica.
La tv, uno dei media più visti durante il lockdown, resta mirata ad un pubblico dai capelli grigi, se non proprio bianchi, ricrescita compresa.

Qualche esempio?

Top dieci, Carlo Conti. Una puntata sui must del passato con ospiti d’eccezione Magalli, Orietta Berti, Albano e Loretta Goggi.

Il target, sicuramente agè, visto che i millenial, questi personaggi, forse nemmeno li conoscono.
Lo stesso per C’è tempo, il nuovo programma con Anna Falchi, che già nel titolo appare ispirato alla nostalgia più spinta.

Vent’anni che siamo italiani, lo stesso leit motiv.

La leva è quella del… visto il nostro passato, “ce la faremo !”.

La stessa parola d’ordine che ha ispirato la lotta al virus e il pesante lockdown.

Sì ce la faremo…ma a fare cosa? 


Intanto si spinge la solita leva della coscienza collettiva nazionale, di gramsciana memoria,

Tutta la Rai sembra ispirata a un culto retrò irriducibile, che non avvicina certo i giovani alla tv.

Nemmeno la generazione dei più giovani, che passa direttamente dai cartoni animati dei canali dedicati, ai videogame e ai film su YouTube, Netflix e Amazon.
Al massimo ci sono i sederi all’aria e i doppi sensi di CiaoDarwin, targato Mediaset, irrealizzabile con mascherine e distanze post Covid.

Amici della De Filippi per chi, dalla provincia, sogna lo spettacolo e le sue ipotetiche chance.
Nei format si esalta soprattutto il vetusto. Se non il vecchio.
Stereotipi e semplificazioni. Luoghi comuni. Vuoti, senza reali
valori condivisi, né basati su consapevolezze concrete.
Nostalgia. E media che rinunciano al loro reale valore culturale.
Usati per mantenere in piedi questo sistema.
Come scriveva Gramsci.
A parte qualche vaga e tentata eccezione, tipo I collegiali, che sembrano però ribadire la supremazia degli anziani professori, sugli studenti inadeguati, sgrammaticati e ignoranti.

Alla fine, la tv è anche lo specchio di un Paese.

L’idea in tv è che il passato, sia stato comunque migliore del presente. Il culto della “vecchiezza” è ovunque.
Su ogni canale. E non da oggi.

https://www.linkiesta.it/2019/05/mediaset-berlusconi-declino-crisi/

Nella cultura, nella musica, nel cinema.
E naturalmente in politica.
Alla faccia dei 40enni entrati in Parlamento col “nuovo” corso.
Adeguati al sistema di gran carriera.
Un sistema monolitico e anagraficamente settato, tra i 50 e i 70 anni e passa, ha occupato tutto l’occupabile.
Ogni poltrona, scranno e predellino.
Siamo vecchi, antichi, in un mondo che sfreccia con la velocità della tecnologia.
Da noi non c’è posto per la fascia che va dai 20 ai 35 anni.
Eppure italiani – anche giovani – sono i ricercatori nei progetti più avanzati, i medici più coinvolti nella lotta ai tumori come della Sla, gli scienziati della vulcanologia e dell’astronomia.
All’estero, per lo più.
Solo il Paese è bloccato a ripetere, come un disco rotto, sempre le stesse cose.

Il culto di un Italia passata che non c’è più.

Le sue individualità rifulgono, spesso, mentre nel collettivo si spengono schiacciate dal sistema Italia. Un metodo che andrebbe studiato come uno dei meno efficienti e più parassitari del mondo.

Che vede la politica fare nomine persino ai vertici delle istituzioni scientifiche nazionali, accademiche, sanitarie.
Come abbiamo visto nella crisi aperta dal Coronavirus e nello scontro tra virologi ed esperti, dai pareri divergenti.
Un mix diabolico che ci ha portato ad essere uno dei paesi anagraficamente più vecchi, meno invitanti (dal punto di vista economico) più inefficienti e più in crisi d’Europa.
Oltre la mazzata del virus, che ci ha dato un brusco risveglio, nulla è accaduto di migliorativo negli ultimi 40 anni. Non una seria riforma, dalla scuola al fisco, non una vera eccellenza, se non isolata e sporadica.
Non la creazione di nuove infrastrutture e la mala gestione ripetuta, di quelle vecchie (vedi Autostrade e Alitalia).
Ora si parla di una pioggia di miliardi in arrivo dall’Europa.
Di piani e progetti, a parte quello della task force di Colao, che conferma tutti i limiti italici, nessuna traccia.

http://ecodaipalazzi.it/2020/06/09/il-piano-colao-e-per-strutturare-il-lavoro-agile-e-puntare-sul-middle-manager/

Soldi a fondo perduto e non, come il Mes che porterebbe 36 miliardi di euro, con l’obbligo di restituire 36 milioni l’anno, per 10 anni.
Nel pacchetto il pericolo di tagli alle pensioni e nuove privatizzazioni, che da noi (vedi quelle sull’acqua, energia, autostrade e banche, Sanità e trasporti) non hanno portato efficienza ma solo costi aggiuntivi per gli utenti e scarsa trasparenza. Come sottolinea la Corte dei Conti fin dal 2010.
Intanto nel post Covid, il Paese è allo stremo.
Ci sono aziende che non apriranno più.
Le Piccole e medie imprese, le aziende a conduzione familiare, negozi, bar, alberghi.
Nemmeno l’estate basterà a scacciare la crisi, che incombe con l’autunno.

L’Europa ci offre i soldi e noi non sappiamo che farcene.


Perché non abbiamo un vero progetto. E viviamo in un Paese che pur raccontandosi da solo la sua supposta grandezza, manca regolarmente di credibilità.
Persino quando abbiamo avuto ragione, come sull’allarme pandemia, ci prendono sul serio.
Ci sono Paesi europei, cambiati radicalmente nell’arco di una generazione.
La Norvegia, l’Islanda, la stessa Germania.
A noi, sembra, non ne bastino 50.
L’Italia è una nazione in cui tutto, diventa un problema insormontabile.

https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2020/05/27/infrastrutture-un-piano-per-il-futuroappello-50-accademici_c26c6765-dbfa-4095-a8fc-ded7bc74e210.html

Dal fare un ponte sullo Stretto di Messina, e una linea ferroviaria che trasformi il Meridione, a rimettere in sesto e modernizzare scuole e università, che a volte cascano a pezzi. I giovani a casa senza lavoro, mentre i media esaltano questa beata vecchiezza che affida la ripartenza post covid, non alle forze fresche, ma agli over 65.

https://www.ansa.it/canale_lifestyle/notizie/societa_diritti/2020/05/28/fase-2-gli-over-65-i-piu-colpiti-dal-coronavirus-guidano-la-ripartenza-economica_82a8d3b5-d973-4c9f-b776-44dfc28fad51.html

Gli under 30 vivono in una bolla di web, video su Tik Tok, Instagram e gamers. 


Una bolla che, a parte poche lodevoli eccezioni, li tiene fuori da tutto.
Soprattutto dal lavoro, dalle professioni e dalla guida consapevole del Paese. O anche solo da una formazione che li prepari a un vero ruolo per il futuro. E non sono soli.
Le donne in maternità costrette a lasciare l’impiego per mancanza di servizi come gli asili.

https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2020/06/24/lavoro-in-un-anno-si-sono-dimesse-37mila-neo-mamme_9958ff5c-cb0f-4164-8c65-c1dc391dfc45.html

I nonni e le famiglie che fanno da bancomat, per chi non lavora o è stato lasciato a casa dal virus.

In attesa del sussidio dello Stato, che troppo spesso non è arrivato nemmeno.

Il tutto col consenso di una casta grigia di vecchie pantere, ben salde alla dirigenza e la coercizione, quella che, se non ti sta bene, te ne puoi anche andare.

All’estero, magari, dove tutto ha un corso più normale.

Allo scadere del primo ventennio del 2000, noi italiani siamo ad un bivio.

Recuperare, crescere davvero. Oppure diventare solo un grande resort turistico di lavoratori stagionali e mal pagati magari da società con sede fiscale in Olanda o in Lussemburgo?

Salami, parmigiano, pizza, mare e mandolino, Covid e distanziamento sociale permettendo.
“Please come in Italy” come invitava un nostro politico, qualche anno fa, in un inglese incerto.
A vedere ruderi, musei, parchi e spiagge.

Ancorati al passato che fu.

Di luoghi e personaggi.
Quello in cui designer, industriali, imprenditori creavano modelli, stilisti dettavano legge nella moda, e il futuro nasceva così tra le mani di gente capace di fare, anche con pochi soldi, ma tanto merito e valore.

Peccato che sono il passato. E il passato non solo non sempre torna.

Non si vedono all’orizzonte nuovi Ferrari, Pininfarina, Mattei, Lamborghini, e nemmeno Versace o Valentino, Piaggio o Olivetti. L’album dei ricordi, costantemente rievocato.

Che non basta più per far ripartire il Paese.

Come il Colosseo. Bellissimo, ma buono giusto per pagare un po’ di guide turistiche e un bookshop. Non a risollevare economicamente uno Stato.
E nemmeno una città.

Noi, in assenza di startup, aziende realmente innovative, capacità di gestire opportunità globali, tecnologia avanzata, software app internazionali, green solutions, non possiamo che accontentarci di guardare indietro.

In balia di competitors europei, se non cinesi, indiani (vedi l’Ilva di Taranto) o americani. 

Coltivando un passato di lustri e dimenticando il futuro.
Ora speriamo nei soldi europei, che ci vengono dati con l’obbligo di riforme strutturali.

Speriamo non siano l’ennesimo banchetto per squali, ma benzina per un motore ancora tutto da inventare. Un vero progetto che ci faccia decollare.

E uscire da un passato che sarà pure glorioso, ma che non ci farà tornare, da solo, a quello che siamo stati o che potremmo essere.

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 2’30”

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