In Italia ci sono ufficialmente più 80enni che bambini sotto i 10 anni. È un dato storico. Ma soprattutto è un campanello d’allarme enorme a cui non stiamo dando abbastanza attenzione.
Aumentano gli umarèll, ometti di una certa età che, mani dietro la schiena, osservano i lavori in corso e offrono consigli non richiesti.
Lo fanno per passare un po’ il tempo. Ovvio che questo non basti. Agli anziani serve un cambio di passo: trasformare la vecchiaia in ruolo attivo.
Non solo cure ma politiche di inclusione.
La verità è che stiamo giocando una partita importante, ma non stiamo nemmeno scendendo in campo. Viviamo di più, ma non meglio.
Longevità; Anziano o vecchio? Facciamo chiarezza.
Anziano deriva, etimologicamente, dal latino medioevale antianus, derivazione di ante ossia prima, quindi appartenente ad un’epoca anteriore e significa persona di età avanzata in assoluto o in relazione ad altri.
Vecchio deriva dal latino vetus ed è riferito a persone, animali o cose che sono molto avanti negli anni. Ormai questo termine si associa solo agli oggetti, qualche volta alle idee, mai agli esseri umani.
Per quanto riguarda le “cose” solitamente viene usato il termine “antico”.
Tuttora la personificazione della vecchiaia è quella rappresentata dal Bernini:
Anchise sulle spalle di Enea che si lascia condurre, si lascia portare, si lascia prendere in braccio da suo figlio. “Senectus ipsa morbus”, twittava Terenzio molti secoli fa in slang romano.
Nel linguaggio comune, quando si pensa alla vecchiaia, all’anzianità, la percezione che si ha della vecchiaia è quasi sempre negativa perché è un tempo prossimo alla morte.
La vecchiaia è un fenomeno di massa. Negli ultimi 70 anni, silenziosamente, l’aspettativa di vita è aumentata di tre mesi all’anno.
Negli anni 50, mediamente si viveva 64 anni; negli anni 80 siamo passati a 71 anni.
Oggi siamo arrivati a più di 80. Una volta i centenari erano mosche bianche, oggi sono frequentissimi: con oltre 22.500 centenari, l’Italia è tra i Paesi più longevi al mondo.
Che sia merito della nostra dieta mediterranea o della genetica, non si tratta di una tendenza passeggera: è una trasformazione strutturale, una nuova normalità che chiama in causa istituzioni, famiglie e intere comunità tanto che oggi non si parla quasi più di anzianità ma, appunto, di longevità: qual è la differenza?
Una società che invecchia, si concentra sui cambiamenti nella struttura per età della popolazione, mentre una società longeva cerca di sfruttare i vantaggi di una vita più lunga cambiando le modalità di invecchiamento.
Non si tratta solo di vivere più a lungo, ma di vivere meglio. È una sfida sociale, economica e culturale che richiede nuove politiche, nuove tecnologie e un nuovo sguardo sulle possibilità offerte da una vita che si allunga.
In un Paese dove la popolazione invecchia sempre più, capire come invecchiare – non solo quanto – è una priorità che riguarda tutti.
La longevità non è un traguardo da tagliare: è un equilibrio da costruire, giorno dopo giorno puntando non soltanto ad allungare il tempo a disposizione ma a viverlo in buona salute.
Dobbiamo superare l’approccio medico centrato sulla malattia e abbracciare una visione più ampia delle ragioni che influenzano la salute.
Per dirla in un altro modo, dobbiamo passare dal modello di business della cura in cui siamo radicati a quello della prevenzione.
Questo significa agire su più livelli: comportamentale, ambientale, sociale.
Ad esempio, un’alimentazione sana, l’attività fisica, la stimolazione cognitiva, il sonno regolare e la qualità delle relazioni sociali sono tutti pilastri della nostra longevità e, allo stesso modo, incredibili opportunità di innovazione.
Ma serve anche un ecosistema che li favorisca. Mission impossible, commenterà qualcuno.
Longevità, c’era una volta Mario Draghi.

Qualche anno fa il presidente del consiglio Mario Draghi trovò il tempo di chiedere alla Commissione del Ministero della salute, guidata da Monsignor Vincenzo Paglia, una ”Carta dei diritti degli anziani e dei doveri della società”, per “garantire i diritti degli anziani, il rispetto della dignità della persona, in ogni condizione con una assistenza socio sanitaria adeguata e responsabile”.
Questo primo passo fu una vera e propria rivoluzione copernicana, il rovesciamento di un paradigma che vuole gli anziani emarginati dal flusso vitale della società, elemento irrilevante della esistenza, scarto e peso per chi anziano non è.
Questo lavoro portò alla legge n. 33 del 23 marzo 2023 che dettava le norme per gli anziani non autosufficienti.
Purtroppo la riforma è rimasta per ora una “scatola vuota”: mancano “solo” i decreti attuativi, ancora.
Tuttavia questo significa aver recepito l’affermazione della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria che ha constatato come “un 75enne ha una forma fisica e cognitiva di un individuo che aveva 55 anni nel 1980”.
Come dire che abbiamo guadagnato due decenni di vita, attiva! Dunque, molti dei vecchi stereotipi non sono più attuali.
Come dicevo qualche anno fa nell’articolo “Terza età.
La nuova frontiera della società”, l’allungamento dell’aspettativa di vita “è un progresso e la generazione degli adulti – anziani potrebbe rappresentare una risorsa. Purtroppo non c’è un modello da imitare.
Va creato seguendo nuove direttrici: ridisegnare la società, ridefinire le classi d’età, lavorare per un welfare che tenga conto della dimensione di massa dell’invecchiamento, creare opportunità di lavoro e di espressione di sé, inventare stili di vita, costruire case comuni in cui abitare in compagnia, ricollocare competenze affinate negli anni, imparare a usarle.
Come suggerisce Lidia Ravera, nel suo libro “Age Pride.
Per liberarci dei pregiudizi sull’età”, dovremmo avere un Ministero per le politiche senili, che possa proporre un nuovo contesto normativo all’interno del quale operare e impegnarsi, favorendo un cambio culturale che porti gli ultrasessantacinquenni ad essere considerati parte attiva e centrale della società.
Longevità, cambiare paese o cambiare il paese?

La longevità è avere una vita lunga, ma soprattutto sana e di qualità, senza malattie. Con la gioia di essere indipendenti e avere abilità cognitive e fisiche sufficienti per rendere questi anni in più, positivi e non negativi.
Vivere più a lungo vuol dire anche vivere insieme al nostro corpo che cambia, osservarne con lucidità le trasformazioni e starci insieme.
Fermare il tempo è diventato l’obiettivo costante della scienza, sempre più impegnata ad abolire o quanto meno ridurre le malattie tipiche della vecchiaia dobbiamo prevenire le tre principali cause di morte:
- il cancro,
- i disordini neurodegenerativi e
- le malattie cardiovascolari.
Per raggiungere la meta esistono quattro linee di sviluppo.
- La riprogrammazione delle cellule per ringiovanirle (controindicazione: l’insorgenza di tumori).
- Lo studio di farmaci che puntano alla rimozione delle cellule senescenti (controindicazione: l’eliminazione di cellule che sono invece necessarie).
- Le trasfusioni di sangue da organismi più giovani a organismi meno giovani (funziona nei topi, ma tra esseri umani è una terapia pericolosa per il suo possibile uso commerciale).
- La scoperta di molecole che possono essere utili per gli effetti sulla longevità: ultimo caso è la rapamicina, utilizzata per ridurre il rigetto nei trapiantati, questa molecola naturale si è mostrata in grado di allungare l’esistenza degli animali del 20% (controindicazione: indebolirebbe il sistema immunitario).
Sicuramente gli stili di vita giocano un ruolo importante. Non per niente siamo circondati da influencer e personal trainer, assediati da integratori e protocolli che ci aiutano a prenderci cura di noi stessi.
Gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso furono caratterizzati dalla contestazione giovanile, durante i quali i giovani vedevano un “mondo vecchio che ci sta crollando addosso ormai” e desideravano cambiarlo, in tutti i settori dell’esistenza umana.
In realtà solo chi ha vissuto gli anni Sessanta si può rendere conto davvero della frattura epocale che in pochi anni si verificò fra il mondo di prima e quello della “beat generation”; nessun altro periodo è stato altrettanto ricco di “novità” radicali, a 360°, in tutti i settori dell’esistenza umana.
Era facile, dunque, per i giovani di allora, entusiasmarsi per un cambiamento di cui si sentivano ed erano i protagonisti.
“Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo, destinati a qualche cosa in più”, raccontò Gino Paoli qualche anno dopo.
In realtà, si ripeteva uno scontro generazionale, vecchio come il mondo.
Venne perfino riscoperto un personaggio biblico, Matusalemme, patriarca citato nel libro della Genesi e morto all’età di 969 anni.
In realtà i giovani della “beat generation” lo citavano con il diminutivo polemico “matusa” per intendere una persona depositaria di idee e concezioni ormai obsolete, superate se non estinte e quindi incapaci di stare al passo con l’incalzare dei tempi.
La scienza ci dà 30 anni in più da vivere, ma vanno inventati.
Oggi la storia si ripete. La vecchiaia anche estrema c’è sempre stata, ma mai come ora abbiamo avuto a che fare con vecchiaia di massa e in buona salute.
Non sembra impossibile che tutti diventino Matusalemme. Chissà che anche in questo caso, l’intelligenza artificiale (IA) non possa aiutarci a comprendere le correlazioni complesse che si nascondono nelle decine di fattori – genetici, comportamentali, ambientali, sociali – che influenzano la nostra vita, dal prevedere i rischi, ad anticipare le conseguenze, a personalizzare percorsi di benessere fisico, mentale, economico.
L’IA potrebbe consentire un nuovo salto evolutivo della nostra specie, trasformando la longevità da semplice aspirazione individuale a progetto collettivo che richiederà per definizione una nuova architettura etica e sociale.
Nel XX secolo abbiamo suddiviso l’esistenza in tre fasi:
- l’istruzione,
- il lavoro,
- la pensione.
Il punto è che dobbiamo disegnare la nostra vita in modo diverso. Serve un cambiamento di mentalità.
È evidente la necessità di “inventare” una vita e un ruolo, in un paese senza risorse naturali, ai nostri 10 milioni di vecchi “abili”, il nostro unico, vero petrolio (umano).
Dobbiamo pensare a che cosa faremo da grandi, a 90 anni: spostare il focus dagli anni cronologici a quelli biologici e, soprattutto, a quelli che ci aspettano.
Un compito difficile a cui tutti (esperti di longevità, investitori istituzionali, decisori politici e leader aziendali globali) possono contribuire per anticipare i macro trend che stanno già avendo un impatto su tutte le aree aziendali, di investimento e di politica pubblica.
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