L’ultima replica

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di Simone Buffa

Non c’è niente come l’ultima replica. È emozionante la prima, è vero.

Ha un calo fisiologico la seconda, si sa.

S’ingrana dalla terza replica in poi.

Ma l’ultima, l’ultima replica ha in sé un’atmosfera tutta sua.

Ormai lo spettacolo è rodato, funziona.

Attori e tecnici giungono in teatro puntualissimi, qualcuno persino in anticipo.  È la prima volta.

Se solo si ripensa alle prove… un’infinità di ore trascorse insieme, tra fatica e caffè, quando le date delle repliche sembravano ancora lontane.

Eppure in un attimo è già tutto finito.

L’ultima replica è un giorno diverso. Amaro e imperdibile allo stesso tempo.

Qualcuno parla di progetti futuri. Difficilmente si resiste ai morsi dello stomaco, una volta terminata l’ultima replica. È una questione viscerale.

Qualcuno va via con dei fiori, girano dei bouquet profumatissimi.

Qualcuno piange, tra abbracci, saluti, promesse.

Qualcuno aspetta solo d’esser solo, nel camerino, prima di lasciar andare qualche lacrima.

Qualcuno ha portato dei dolci, ci si scatta delle foto, si ride, fa un po’ male.

La scenografia viene smontata subito dopo i saluti. Ognuno porta via una sedia, svita una cantinella o piega via gli abiti di scena.

In poco tempo il teatro torna nudo, spoglio delle luci e dei colori che lo avevano abitato fino a non molte ore prima.

Simone Buffa

Tempo di lettura: 1’00

 

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