L’uomo in viaggio

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di Gaetano Buompane

Del mio viaggio io amo le pause, sedermi negli spazi di attesa degli aeroporti o al tavolino di un bar nei pressi di un tabellone delle partenze alla stazione.

Sono un voyeur con la valigia. Osservare il viaggio degli altri è il mio vero viaggio. L’unico modo che ho scovato per non misurare le distanze solamente in chilometri.

Si parte. Chissà per dove, chissà per quanto tempo. Il viaggio non è mai semplicemente fisico, di spostamento. Non vuol dire esclusivamente dislocare il proprio corpo, costringerlo ad andare.

Nel viaggio ciò che avviene è soprattutto un cambiamento interno, nell’animo, una mutazione che può essere piccola o grande, fragile o duratura, sconvolgente o di ordinaria amministrazione.

Ma alla fine, quando disfo le valigie, non sono più la stessa persona, e forse quel particolare viaggio, che potrebbe sembrare finito, è solamente al suo inizio.

E infatti io credo che tutti gli uomini in viaggio siano bellissimi, non so se vi è mai capitato di osservarlo.

Li ammiro. Hanno lo sguardo teso, concentrato sui tabelloni degli arrivi e delle partenze. Sembrano che sappiano esattamente il da farsi, che abbiano tutto sotto controllo, anche se non hanno mai viaggiato in vita loro.

Gli abiti che indossano sono quelli da viaggio, non sono quelli di tutti i giorni. E anche se lo sono li indossano con un fare differente, da viaggiatori appunto.

Oggigiorno sono tecnologici, si destreggiano con gli applicativi, e soprattutto non hanno più bisogno di chiedere informazioni a nessuno.

Hanno pianificato tutto fin nei minimi dettagli e anche se sono lontani da casa si sentono comunque in completa sintonia col mondo perché perfettamente geolocalizzati.

Hanno fatto i biglietti on line e hanno scaricato i documenti di viaggio e le carte d’imbarco sui loro cellulari.

Se invece sono dei tipi all’antica – che devono avere tutto a portata di mano – le scartoffie, i fogli e i bigliettini che certificano il loro viaggio sono tutti ordinati in cartelline colorate con gli elastici o infilati nel portadocumenti appeso al collo insieme al passaporto.

Il resto della famiglia si lascia guidare, attende le sue direttive, il suo indicare col dito la direzione da seguire.

L’uomo che viaggia ostenta sicurezza, anche se si è perso. Tanto indossa scarpe comode e ha la bottiglia termica nella tasca laterale dello zaino. Abbandona la sua eleganza solo se sta per perdere la coincidenza. Ma non c’è da ridere osservando il suo dramma. Della sua corsa scoordinata con gli occhi strabuzzati trascinandosi dietro valigie e ragazzini si prova più che altro compassione.

Anche se è deboluccio o sovrappeso, claudicante, vecchio, l’uomo che viaggia riesce a tirar fuori il meglio di sé, le energie necessarie per stare a schiena dritta, per affrontare le file, il caldo, i bagni luridi. Finché è in viaggio non si abbatte, neanche di fronte alle difficoltà, ai cambi di programma, alla cancellazione di un volo.

In viaggio torna ad essere un vero uomo, con le sue ottusità, i suoi limiti, le sue paure certo, ma pronto a lottare, a urlare, a farsi sentire pur di raggiungere il suo scopo, e cioè continuare a viaggiare.

Quando infine è seduto al suo posto e i suoi bagagli sono ben sistemati sopra la sua testa, allora sì che riesce a rilassarsi davvero, diventa ilare, affabile, a volte spocchioso e, finalmente, la smette di sudare.

Ecco, è proprio in questo momento che il viaggio inizia a finire.

Il Sofà è una rubrica settimanale.
Ogni lunedì, se ti va, ci sediamo comodi per una nuova chiacchierata.

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Foto da Pixabay

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