Quando si parla di immortalità nessuno pensa ai maiali

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di Gaetano Buompane

Da qualche giorno ho scoperto che se si è angustiati si può diventare un tantino irrazionali e provare invidia persino per un verme.

Mi spiego. Non è che abbia deciso di disprezzare la mia vita o di considerarla inferiore a quella di un invertebrato, al contrario. La amo così tanto che mi sembra davvero ingiusto che prima o poi debba finire.

Quindi, se un cocktail di farmaci anti-età è riuscito a raddoppiare la vita dei vermi nematodi e dei moscerini della frutta, lasciandoli persino forti e in buona salute, concedetemi di provare un po’ di invidia, non credo che finirò dritto all’inferno per questo.

È più probabile che ci finisca per questo mio intenso desiderio di immortalità.

Che l’unica certezza dell’uomo sia la morte, che prima o poi tutti dobbiamo morire – ‘A livella, ricordate? – che occorre vivere intensamente perché non sappiamo quello che potrebbe accadere domani, polvere siamo e polvere ritorneremo, sono tutti concetti destinati a scomparire, o quanto meno a cambiare di significato.

Il nostro tempo sta per finire, cari miei! In compenso ne sta iniziando un altro in cui le vite degli uomini saranno concepite e misurate in maniera differente, avranno un valore diverso e saranno legate a scelte che solo alla fine del secolo scorso erano inconcepibili.

Ma tutti noi, io con certezza, da questo cambiamento ne siamo tagliati fuori, ne saremo testimoni solo alla lontana, inesorabilmente intrappolati in un sistema biologico che ci ha inserito in un ciclo di vita che ha un inizio e una fine.

È proprio qui che sta il mio disappunto, l’insopportabile pensiero che in un prossimo futuro, quando ormai la mia esistenza sarà solo un ricordo sbiadito, giocare a pallone in giardino insieme ai propri figli, nipoti e pronipoti sarà la cosa più normale del mondo.

La velocità di fuga dalla longevità è solo un modo per cercare di fregare la morte, e cioè scovare dei rimedi che ci allunghino sempre un po’ di più la vita così da non farsi sfuggire ogni innovazione scientifica, ad esempio, nella lotta alle malattie attualmente incurabili.

“La morte è un problema che va risolto” ha detto il co-fondatore di PayPal Peter Thiel. Di certo se la vecchiaia fosse considerata una malattia l’approccio della ricerca scientifica per combatterla sarebbe differente.

I circa 350 ibernati, e gli oltre duemila in attesa di esserlo, si risveglieranno chissà quando in un mondo differente, dove probabilmente la criogenesi non sarà nemmeno il metodo migliore e più pratico per garantirsi l’immortalità.

La questione che sia cosa da ricchi, poi, è tutta da vedere. Se oggi c’è una differenza di oltre vent’anni nell’aspettativa di vita tra un ricco rampollo del Colorado e il coetaneo che vive nelle poverissime riserve indiane del Sud Dakota, in un futuro non troppo lontano chi avrà un problema di cuore potrà scegliere se farselo stampare in 3D utilizzando le cellule e i materiali biologici del proprio corpo oppure, più semplicemente, farsi impiantare quello di un maiale geneticamente modificato.

Probabilmente arriverà anche il tempo in cui il corpo, così come lo concepiamo oggi, non ci servirà più e lo considereremo un involucro da buttare nell’apposito cassonetto dei rifiuti. Basterà scegliere il server su cui rinascere e replicare digitalmente il nostro cervello per poter vivere per sempre sotto forma di avatar.

Insomma, tutto ciò che oggi appare logico, cristallino, indiscutibile, come asserire che a dare significato alla vita è proprio la morte, tra non molto un tale pensiero non avrà più senso, anzi, c’è già chi crede sia una banalità.

La teoria dell’antropologo russo Stanislav Drobyshevsky, secondo la quale la vita eterna porterebbe alla morte della specie perché interromperebbe irrimediabilmente l’adattamento dell’essere umano alle condizioni della vita, è talmente impregnata di ottusità evoluzionistica che la prima cosa che verrebbe da gridare alzandosi in piedi sarebbe: e chi se ne frega!

Se è meglio continuare a morire per garantire l’evoluzione della specie lo vorrei scoprire da solo tra almeno duecento anni, grazie.

 

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Foto fa Pixabay

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