Perché ci piace lamentarci?

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di Nicola Fratiglioni

E’ il momento di sfatare un falso mito! Il mestiere più antico del mondo non è quello che conosciamo tutti bensì un altro, molto meno materiale e molto più catartico: lamentarsi.

Facciamo un breve viaggio nella storia e nel perché il lamento è lo sport più praticato da tutti, uomini, donne, vecchi e bambini.

Lamentarsi per mestiere

Fino a poco tempo fa era diffuso il mestiere della “prefica”: donna pagata per piangere, lamentarsi, strapparsi i capelli davanti al feretro dello sconosciuto defunto.

Ancora attive in alcuni paesini del sud Italia, le “prefiche” stanno scomparendo perché sembrano non trovare nelle nuove generazioni chi possa tramandare la loro millenaria professione.

Lo scopo delle “prefiche”, era soprattutto quello di amplificare il dolore di una situazione già dolorosa di per sé e di ricordare a tutti quanto le vite di ognuno fossero piccole di fronte all’inevitabile ed imperscrutabile disegno divino.

Ebbene, chi si lamenta per ogni cosa gli accada è in pratica una “prefica 4.0”. Perché?

Il lamento ai giorni nostri

Il rimuginare su quanto sia andata male una determinata situazione o su quanto la sfortuna si accanisca sempre su di noi, è una forma di lamento che serve solamente a:

  • amplificare la sensazione di insoddisfazione e di sfiducia;
  • indirizzare la nostra attenzione su indizi del mondo reale che confermino le nostre lamentele su noi stessi o sugli altri.

Ad esempio, quando ci lamentiamo di una persona aumentiamo la nostra sensazione di malessere e influenziamo inconsapevolmente le successive interazioni.

Se <<Franco non fa mai niente e mi mette sempre nei guai col capo perché non rispetta le scadenze! Franco è uno scansafatiche!>>,

la mia negatività influenzerà il mio umore ed ogni volta che Franco mi chiederà qualcosa o si rivolgerà a me, la mia attenzione sarà rivolta a confermare la mia idea

<<Franco è uno  scansafatiche>>.

Lamento e bias

I bias cognitivi sono errori di valutazione che la nostra mente commette quando giudichiamo ed etichettiamo la realtà basandoci sulle nostre convinzioni o esperienze, confondendo la realtà oggettiva con il giudizio soggettivo.

Uno dei tanti bias è proprio quello della negatività: tendiamo di più a notare gli aspetti negativi in noi e negli altri piuttosto che quelli positivi.

Lamentandoci non facciamo altro che esternare le negatività e focalizzarci su di esse.

Per liberarsi dalla schiavitù di questo potente bias cognitivo vi propongo un esercizio quotidiano: identificate tre persone che stimolano in voi lamentele più o meno esternate.

L’esercizio sarà quello di trovare in loro dettagli positivi che vi sfuggono tutte le volte che seguite la strada del lamento.

Concentrarsi su dettagli positivi e apprezzabili, ridurrà l’effetto negativo sull’umore e vi farà apprezzare aspetti di quella persona o di voi stessi che davate per scontati o consideravate di poco conto.

Nicola Fratglioni

nicolafratiglioni.com

Tempo di lettura: 1’40”

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