REDDITO DI CITTADINANZA E FUTURO SOCIALE

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L’evoluzione politica impressa al sistema italiano dalle elezioni del 4 marzo ha fatto emergere come di piena attualità il progetto del cosiddetto reddito di cittadinanza.

L’idea di poter contribuire per un periodo, sia pure breve, al bilancio di famiglie in difficoltà è divenuto di grande attualità. E’, infatti, parte del programma di governo di uno di partiti che ha vinto le elezioni. Tuttavia, questo non vuol dire che sarà possibile realizzarlo. Sicuramente però, questa evoluzione politica, obbligherà ad affrontare un ragionamento serio sul tema cosa mai fatta fino ad oggi.

LE MISURE ITALIANE SUL REDDITO DI CITTADINANZA

In realtà una misura di questo tipo esisteva già col nome di REI, Reddito di inclusione, ed è in vigore dal 1 dicembre 2017. Si tratta di un contributo legato alla condizione economica del richiedente erogabile dai Comuni. Questa misura prevede persino una carta di pagamento elettronica.

Inoltre il REI, così come il Reddito di cittadinanza, fa parte di un progetto di inclusione sociale lavorativa predisposto dagli enti locali. Un progetto, che in teoria ha l’obiettivo di riportare chi ne usufruisce al lavoro, attraverso proposte formulate dagli enti locali. In pratica lo Stato, attraverso queste misure si pone l’obiettivo di aiutare le famiglie in difficoltà economica e trovare un lavoro a chi non ne ha.

Formulato il progetto, già i partiti politici discutono delle coperture finanziarie per realizzarlo considerando che il Reddito di cittadinanza così come il REI andrebbe a gravare sulle già provate casse dell’INPS.

In un paese come l’Italia, che invecchia e non fa molti figli, e non ha un regolare turn over dei contribuenti alla spesa sociale, la misura rischia di essere dirompente oltre che costosa.

Avendo alzato l’età della pensione, almeno per i comuni mortali, oltre i 67 anni ci si chiede cosa accadrà quando le generazioni ancora consistenti dal punto di vista demografico cesseranno di lavorare per vivere con l’assegno della previdenza sociale.

IL RITARDO ITALIANO NEL MONDO DEL LAVORO

In Italia, molti fenomeni sociali, arrivano dopo qualche decennio di ritardo e così rischia di essere per il reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza, in varie forme esiste già praticamente nella maggior parte dei paesi europei; almeno come misura a sostegno della disoccupazione, della povertà, delle ragazze madri e di molte altre categorie che necessitano di un sostegno sociale.

Il fatto poi di trovare un nuovo lavoro a chi lo perde coinvolgendo lo Stato nella ricerca e nell’assistenza ai cittadini disoccupati fa parte della filosofia di molti sistemi economici stranieri. Questo punto in particolare è stato particolarmente trascurato in Italia; dove sono stati creati inutili società e centri per l’impiego che tutto riescono a fare tranne trovare lavoro alle persone inoccupate.

In Italia, da anni il lavoro è visto come un privilegio anziché come un diritto. E la politica, che per anni ha dispensato occupazione in cambio di consenso elettorale, di questo mercato si è fortemente avvantaggiata.

IL DIRITTO UN DIRITTO MA ANCHE UN DOVERE

Oggi partiti che si dichiarano nuovi e diversi, affermano di poter realizzare il miracolo. Perché ciò si realizzi servono però due elementi.

  • Il primo è l’effettiva volontà di creare un sistema in cui tale sostegno si trasformi in elemento di efficienza e non di privilegio. Lo Stato si deve porre l’obiettivo di agevolare la creazione di posti di lavoro creando i presupposti di una rinascita sociale che deve coinvolgere soprattutto i giovani le cui percentuali di disoccupazione sono, da noi, tra le più alte in Europa.
  • L’altro punto è che gli italiani, non tutti ma molti, comprendano che il lavoro è un diritto ma anche un dovere. Al diritto di percepire uno stipendio, che consenta come minimo una vita dignitosa, corrisponde il dovere di svolgere quel lavoro al meglio delle proprie possibilità fornendo il proprio contributo con onestà e correttezza, cosa che spesso, come leggiamo sui giornali, viene totalmente disattesa nei fatti dai casi di assenteismo se non peggio.

Se poi questo lavoro a cui dedicare tempo ed energie fosse un lavoro che piace, appassiona, interessa il lavoratore, allora vorrebbe dire che la rivoluzione occupazionale in Italia si sarebbe finalmente realizzata trasformando l’Italia in un paese moderno che potrà reggere il confronto con le più efficienti e ricche nazioni europee.

Claudio Razeto

Tempo di lettura 1′ 40”

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