Al momento in cui scrivo fa scandalo la notizia del video porno proiettato per “sbaglio” al convegno del M5S al Senato, in presenza del premio Nobel Parisi. Un porno, un hentai per la precisione, cioè un manga solo un po’ più osé.
Scandalo.
Il porno come scherno, goliardia, un modo per creare imbarazzo.
Una provocazione fine a se stessa, fatta con l’obiettivo di creare scalpore e basta, giusto un po’ porno (o Pop Porno, come cantava il Genio qualche anno fa).
https://www.youtube.com/watch?v=tbo0EzDp9ys&ab_channel=WinchyBoy1
Proiettare un porno come scherzo suona un po’ come la degenerazione del classico disegnare cazzi sul banco di scuola del compagno o sui muri del bagno, probabilmente.
Una volta disse Pasolini: “Io penso che scandalizzare sia un diritto, essere scandalizzati un piacere”.
L’industria del porno, che sappia o meno chi fosse Pasolini, ha fatto inconsapevolmente di questo aforisma un motto e conta un giro d’affari nel mondo di circa 100 miliardi di dollari all’anno con i soli film a luci rosse che sfidano ogni tabù.
Si stima che circa il 25% degli utenti siano donne.
Eppure, non sembriamo scandalizzati da questi numeri, ma solo dai video in sé. Video il cui contenuto non è poi certamente così imprevedibile: uno un’idea di cosa abbiano proiettato a quel convegno se l’immagina pure, eh.
Ma cosa è pornografia?
Letteralmente la parola “pornografia” significa “disegni o scritti riguardanti le prostitute”.
La linea sottile che separa ciò che oggi definiamo pornografia da ciò che apprezziamo come arte erotica, è labile e può variare nel tempo.
È una linea sottile, che qualifica come arte la produzione che riesce a sfuggire alle cesoie della censura, figlia della contemporaneità, s’intende.
Certo, certo, l’arte erotica riconduce ad un sentire spirituale piuttosto che ad un risveglio sessuale.
O almeno così vale ai giorni nostri.
Indi per cui Penthouse è porno, la Venere di Willendorf è arte.
Ora, uno potrebbe argomentare che la discriminante tra ciò che è universalmente accreditato come porno e ciò che non lo è sia la rappresentazione dell’atto amoroso. Cioè, la questione che si sviluppa nei termini intorno a cui ci si pone la domanda: ma si vede proprio che stanno a scopà?
No, non è neanche questo a fare la differenza.
Le illustrazioni di atti sessuali espliciti dipinti sui lupanari di Pompei sono arte, non ci piove.
Eppure, chissà, forse un tempo venivano classificati un po’ porno anch’essi dalla gente contemporanea dell’epoca.
L’errore più comune, come spesso accade, sarebbe nel guardare a tali opere con gli stessi occhi di oggi.
Si rischia di bollare come pornografiche certe poesie di Catullo, Marziale, Ovidio e persino di Gabriele D’Annunzio. E di esempi di revisionismo storico ne stiamo vivendo moltissimi, in questi tempi.
L’era d’oro in cui nasce la cinematografia pornografica erano gli anni ’70, ma a quanto pare il video porno sorge di pari passo col cinema. Un po’ come è avvenuto con internet.
Il primo film porno della storia è il francese “Le coucher de la mariéen” del 1896.
Nel 2002 Michel Reilhac realizza un documentario dal titolo “Polissons et Galipette”. Una raccolta ovviamente in bianco e nero di circa 300 spezzoni girati tra il 1905 ed il 1930.
Ovviamente parliamo di film muti. Al massimo accompagnati dal solito fortunato pianista di turno che si esibiva dal vivo durante le proiezioni con musiche d’accompagnamento.
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