429 secondi

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di Gaetano Buompane

Non c’è niente di meglio che farsi una bella camminata all’aria aperta, respirare a pieni polmoni e sentire il proprio corpo rigenerarsi di nuove energie. Non è facile ironia, come qualcuno potrebbe pensare, ma la constatazione che quando vengono a mancare le cose che diamo per scontate la percezione della vita comincia a cambiare. E guardate bene, per la stragrande maggioranza degli esseri umani l’atto di respirare è la cosa più semplice e normale del mondo. Lo facciamo da quando siamo nati per circa ventimila volte al giorno. Eppure il virus che stiamo ancora combattendo ci ha mostrato con spietata crudeltà quanto siamo vulnerabili. L’infezione può presentarsi con diversi quadri clinici, ma manifesta la sua letalità soprattutto con l’insufficienza respiratoria. L’eccessiva risposta infiammatoria porta alla disfunzione dei polmoni sia a livello alveolare che di vascolarizzazione. I pazienti ipossiemici, con poco ossigeno nel sangue, possono continuare ad avere problemi a respirare anche con la mascherina, ciò significa che la malattia è in fase critica. Si passa allora alla ventilazione meccanica, ma se il paziente peggiora non c’è altra soluzione che intubare. Ma l’aria, da sola, non riesce ad espandere i polmoni. Quando respiriamo normalmente, l’abbassamento del diaframma fa dilatare la cassa toracica richiamando l’aria nell’albero bronchiale e negli alveoli. Quando diamo quei bei respironi profondi facciamo lavorare anche i muscoli intercostali esterni e quelli toracici che allargano e alzano la gabbia toracica. Il corpo umano è una macchina perfetta, ogni cosa sta lì per una funzione, ma allo stesso tempo tutto è collegato. Adesso, immaginate di essere immobilizzati e schiacciati con forza per terra, senza potervi muovere, nemmeno le braccia. Dopo poco realizzereste di non poter riuscire a rimanere bloccati in quel modo ancora per molto. Che cosa direste con l’ultimo filo di voce che vi resta? George Floyd continuò a ripetere fino alla fine “I can’t breathe”, non riesco a respirare. In piena pandemia anche lui è morto per mancanza di ossigeno, ma non per colpa del Covid-19. Al processo, in corso in questi giorni, per sconfessare la difesa che ha sempre sostenuto che Floyd sia morto perché era un drogato, la testimonianza del dottor Tobin, esperto in medicina polmonare, ha invece accertato che il decesso è avvenuto per carenza di ossigeno nel sangue, che ha causato danni al cervello, aritmia e parata cardiaca. Il torace, schiacciato tra l’asfalto e il ginocchio dell’agente di polizia Derek Chauvin, non aveva possibilità di dilatarsi per incamerare aria. In media un essere umano non può sopravvivere senza ossigeno per più di 90 secondi, George Floyd è rimasto senza per 429 secondi.

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