C’era una volta la vecchiaia

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di Alberto Aiuto   

La società occidentale è riuscita ad abolire nell’ultimo ventennio (senza dirlo) la vecchiaia.

Ormai il termine “vecchio” si associa solo agli oggetti, qualche volta alle idee, mai agli esseri umani.

Eppure, secondo le previsioni Istat, l’Italia avrà un calo di 5 milioni di abitanti entro il 2050; gli ultrasessantacinquenni passeranno dal 25% al 34% della popolazione, portando con sé interrogativi su come invecchiare nel migliore dei modi.

 L’Italia è la prima nazione in Europa e la seconda nel mondo, preceduta solo dal Giappone, per numero di anziani.

Nel nostro Paese, oltre 14 milioni le persone hanno più di 65 anni, circa la metà di queste ne ha più di 75; 4 milioni hanno dagli 80 anni in su e ben 22mila sono gli ultracentenari: complessivamente siamo vicini al 25% della popolazione e la quota, salvo inversioni di tendenza, è destinata a crescere (dati ISTAT).

È il risultato di due grandi fenomeni demografici in corso:

il calo delle nascite da un lato, l’allungarsi dell’aspettativa di vita dall’altro, che, per chi nasce oggi, è di 80,5 anni per gli uomini e di 84,8 anni per le donne;

al contempo, l’aspettativa di vita per chi oggi ha già 65 anni, ed è dunque definibile “adulto – anziano”, è di almeno altri 20,6 anni (fonte Euronews), di cui almeno 10 anni in buona salute: una risorsa se qualcuno se ne fa carico.

La vecchiaia. La patologia più grave è l’idea che ne abbiamo

Davanti a noi abbiamo dunque una società sempre più longeva, fatta di persone dai 65 anni in su che non solo sono e saranno in buona salute, ma desiderano mettere a frutto il proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze e impiegare le risorse economiche guadagnate negli anni.

 

Sono i Longennials, quell’ampia fetta di popolazione composta da persone che ancora vogliono e possono avere un ruolo e un peso nella società, non certo essere di peso.

Ma manca per loro un contesto ideale e normativo all’interno del quale operare e impegnarsi, manca un cambio culturale che li porti a essere ancora considerati parte attiva e centrale della società.

Tuttora la personificazione della vecchiaia è quella rappresentata dal Bernini:

Anchise sulle spalle di Enea che si lascia condurre, si lascia portare, si lascia prendere in braccio da suo figlio. Nel linguaggio comune, quando si pensa alla vecchiaia, all’anzianità, la percezione è quasi sempre negativa perché è un tempo prossimo alla morte.

Probabilmente molti saranno rimasti colpiti dalla filippica con cui, nel film “Figli”, Paola Cortellesi.

inveisce contro la mamma: “La vostra generazione si è mangiata tutto. Siete nati nel dopoguerra, avete vissuto la vostra infanzia in una famiglia ampia e generosa, vi siete goduti il boom economico, avete accumulato e sprecato negli anni ’80 e ’90, pensando che quel benessere sarebbe durato per sempre.

Non avete pensato alle generazioni successive”.  Abbiamo dunque una immagine stereotipata degli ultrasessantacinquenni italiani, che non risponde alla loro reale condizione.

L’orgoglio di invecchiare

Dimenticano che quella dei Boomer (quelli della maglietta intima di lana d’inverno e senza aria condizionata d’estate) è una generazione così resiliente da essere passata dalla società contadina a quella industriale; dal calamaio a Word, dai carretti trainati da cavalli alla conquista della luna.

 

Dal telefono duplex per pochi al cellulare per tutti. “Dall’aratro nei campi agli aerei nel cielo”, aveva sintetizzato Luigi Tenco.

È stata tanto capace di migliorare e progredire, che ha regalato su un piatto d’argento alla Generazione Z, quella dei nativi digitali, una realtà che va dall’happy hour ai viaggi low cost, dai cellulari ai computer a portata di tutti.

Purtroppo non esiste ancora una compiuta visione italiana al tema: le istituzioni, nazionali e regionali, non hanno ancora colto la portata epocale del mutamento demografico e le sue implicazioni.

E questo si traduce in qualità della vita scadente, solitudine e costi sociali esorbitanti.

Fortunatamente sono nate numerose associazioni consapevoli che questa rivoluzione non può più essere rimandata, nella convinzione che l’obiettivo non sia tanto quello di aggiungere anni alla vita, quanto aggiungere vita agli anni, migliorando la qualità del percorso che ciascuno di noi si trova a compiere nell’ultima parte della propria esistenza.

Oggi un terzo degli italiani ha davanti un paio di decenni da vivere. Siamo entrati in un territorio diverso. Cosa mai successa prima, mai sperimentata, per la quale non abbiamo ricette. È una condanna o una conquista?

Alberto Aiuto   

Credits podcast:
Music by LiQWYD
Creative commons license; Attribution 3.0 Unported (CC BY 3.0)

Tempo di lettura:3’40”

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