Il sogno del gatto porpora 

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di Simone Buffa

Un gatto porpora, dal pelo lucido e non troppo lungo. Dormiva beatamente.

Ogni tanto agitava la coda, ma molto lento, come a voler dare delle pennellate ampie nell’aria.

Sì, un gatto porpora, vi dico. Non so da dove fosse venuto. Ricordo che giaceva proprio sopra un cuscino al centro del divano. Le sue vibrisse seguivano il ritmo del suo respiro nel sonno, immerso in un suo sogno anche lui.

Non ho paura. Mi avvicino a lui a piccoli passi, incuriosito ma per nulla spaventato.

Il gatto porpora apre un occhio e mi fissa immobile.

“Finalmente ci siamo, Simone”

Rimango di stucco. Come sapeva il mio nome?

“Deduco che sia la prima volta che sogni un gatto porpora”.

Dopo un grosso sbadiglio, inarca il dorso, si stiracchia un po’. “Seguimi”, mi dice.

Ho mille domande. Cos’è quel gatto? L’ho già visto da qualche parte? Non che io ricordi. Come fa a parlare? Dove vuole portarmi?

“Vedo che hai tante domande. E ti starai pure chiedendo come sia possibile che io parli. Succede sempre così, la prima volta”

Vorrei dire qualcosa, ma non ci riesco. Per quanto io mi sforzi, non riesco a pronunciare nessuna parola. Semplicemente, non riesco ad emettere alcun suono.

Non capisco. Con un balzo improvviso scende giù dal divano e s’appresta a dirigersi verso l’uscita della stanza. Quando mi passa accanto si strofina sulla mia gamba, che diventa porpora anch’essa.

Giunto sull’uscio, si arresta per un istante. Volta il capo verso di me e dice: “Quindi? Andiamo?”

Sbatto le palpebre un po’ perplesso. Seguire il gatto porpora, certo. Dev’essere un sogno. Quello che inizialmente era un sospetto diviene un ragionevole convincimento. Sì, dev’essere proprio un sogno.

Inizio a seguirlo.

Entriamo in una stanza che mi sembra di non aver mai visto prima ma che tuttavia, non so per quale ragione, ha un’aria familiare. È un enorme salone con mobili di legno antico. C’è un camino acceso da cui ogni tanto piccole scintille fuoriescono scoppiettando da una brace accesa. Accanto al camino, sulla destra, c’è un orologio a pendolo. Cerco di leggere l’ora.

Si dice che durante i sogni lucidi il tempo sia una costante e non muti mai. Ed in effetti è così, quel pendolo segna sempre la stessa ora, le nove.

Sulle pareti opposte c’è una libreria immensa che giunge fino alla cima, fino al tetto di quel salone.

Al centro della sala c’è un tappeto vecchio quanto il resto dell’arredamento, su cui poggia un tavolo di cui non riesco a vedere la fine. C’è poca luce.

Il gatto porpora va verso il camino e si adagia sul pavimento, con le spalle rivolte al fuoco.

Seduto a quel tavolo sconfinato, a capotavola, riesco a distinguere le sembianze di un vecchio signore elegante, in frac e cilindro nero. Indossa un monocolo con una catenina che giunge fin dentro il doppio petto. Quel signore così raffinato sta mangiando una bistecca, con morsi lenti tanto quanto i pezzetti di carne che taglia.

Senza distogliere lo sguardo, estrae un fazzoletto con cui si pulisce le labbra e mi dice:

“Hai sbagliato. Di nuovo. Lo sai questo, vero? Certo che lo sai.”

Mi sentivo come colpevole di un danno irreparabile di cui però non sapevo nulla. Anzi, colpevole di tutte le negligenze possibili, mie e non solo. Colpevole senza difesa, un tribunale senza avvocato difensore. E quel vecchio signore, che seguitava a tagliare la bistecca in piccoli pezzettini che metteva in bocca e masticava senza mai incrociare il mio sguardo.

Improvvisamente la porta principale si spalanca ed entra una signora vestita di nero, visibilmente scossa, in ansia. Avrà cinquanta o forse sessant’anni, non saprei. Ha una lunga gonna che arriva fino ai piedi ed i capelli raccolti alla nuca. Si avvicina verso di me e con voce agitata mi rivolge la parola.

“Simone, per favore, ascoltami, ho qualcosa da dirti. Oddio, oddio, come faremo? Mi senti? È davvero importante. Dobbiamo muoverci, adesso”.

D’istinto faccio un passo indietro. Chi sono queste persone?

Il gatto porpora le va incontro, le fa due giri intorno strusciandosi sulle sue di gambe, che diventano porpora come la mia. Mi fa cenno di darle retta, a quella signora tanto preoccupata ed ascoltarla.

E così decido di accontentare il gatto, ancora una volta. È un sogno, in fondo, mi dico. Faccio un respiro e aspetto qualche istante finché non sono pronto.

Non appena il mio sguardo si sposta sugli occhi di lei, faccio giusto in tempo a percepire un cenno di rasserenamento sul suo volto, che era prima così cupo. E poi scompare come un fantasma.

Anche il vecchio signore è sparito, così come il suo piatto e la bistecca che stava mangiando.

Che senso ha tutto questo? Le domande aumentano. Che sogno bizzarro, chissà se me ne ricorderò una volta sveglio. Eppure, non capisco. Perso nei pensieri come sono, non vedo più nulla, non mi accorgo più di nulla.

Nemmeno del gatto porpora, che senza che io lo veda torna verso il camino acceso fino a finirci dentro, nel fuoco vivo della brace che intanto continua a scoppiettare.

È l’ultima cosa che ricordo. Il gatto mi fissa, seduto, immune alle fiamme. Mi aspetto mi dica qualcosa. Miagola, poi svanisce anche lui.

E mi risveglio.

Simone Buffa

Tempo di lettura: 2.00’’

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