Prostata ingrossata? Vigile attesa o trattamento medico/chirurgico?

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di Alberto Aiuto

Prostata ingrossata?

Ogni anno in Italia si diagnosticano 35.000 tumori della prostata, ma il rischio di morte è inferiore al 3%, da anni.  

Con l’avanzare dell’età, la prostata tende ad ingrandirsi, tanto che l’ipertrofia prostatica è la seconda patologia diagnosticata nel sesso maschile.

Accanto a questa patologia “benigna”, esiste anche la possibilità che ci sia un tumore, la cui incidenza è cresciuta in concomitanza della maggiore diffusione del test PSA:

(Antigene prostatico specifico), sul cui reale valore ai fini diagnostici, il dibattito è aperto.

In ogni caso, specie in presenza di sintomi premonitori, oggi si tende sempre più ad arrivare ad una “diagnosi precoce e preclinica”, allo scopo di migliorare la prognosi con opportune terapie.

Servono dunque controlli urologici, a cui in Italia siamo refrattari:

una ricerca Swg del novembre 2019, commissionata dalla Lega Tumori, ha mostrato che in uomini tra 30 e 65 anni “solo 1 su 4 effettua i controlli”.

In ogni caso, vanno evitate sovradiagnosi e sovratrattamenti, a volte causa di danni iatrogeni (etimologicamente “causati dal medico”).

Prostata  ingrossata: PSA

Uno degli esami considerati fondamentali è la verifica, su un campione di sangue, dei livelli di una proteina prodotta unicamente dalla prostata:

Il famoso o famigerato PSA, che può aumentare in presenza di tumori, iperplasia prostatica benigna, e prostatite.

Eventualmente integrato dal dosaggio del PSA libero e del suo rapporto con il PSA totale o, in futuro, dal nuovo test, presentato poche settimane fa dall’Istituto Superiore di Sanità:

l’EXO-PSA, con precisione diagnostica pari al 100% di specificità (nessun falso positivo) e al 96% di sensibilità.

Pur essendo divenuto un esame quasi di routine, i maschietti di una certa età dovrebbero sapere, che i valori del PSA possono essere influenzati da:

  • un recente rapporto sessuale con eiaculazione;
  • una visita con esplorazione digito-rettale;
  • un’ecografia transrettale;
  • manovre urologiche (inserimento di catetere, cistoscopia);
  • minimi traumatismi dovuti all’uso della bicicletta o alla guida prolungata della moto.
Pertanto è consigliabile effettuare questo test a distanza di qualche giorno dalle condizioni sopra menzionate.

Il risultato dell’esame va interpretato dal medico (andrologo/urologo), che, insieme a successivi esami (ecografia transrettale, biopsie, risonanza magnetica multiparametrica, etc) potrà arrivare a una diagnosi certa.

Al riguardo va ricordato che le autopsie di persone, morte per cause accidentali, mostrano altissime frequenze di tumori alla prostata latenti:

  • 30% circa in maschi di 30-39 anni e
  • 80% in maschi di 70-79 anni,

mentre i decessi per cancro prostatico sono stabilmente inferiori al 3%.

Ciò significa che, se un ultra settantenne esegue spesso un PSA di screening, ha buone possibilità di essere sottoposto a biopsie prostatiche, con numeri elevati di prelievi, con crescenti probabilità di trovare tumori e di far ricorso a chirurgia, radioterapia, cure ormonali o sorveglianza attiva, con cascate di controlli ed esami ripetuti negli anni.

Certo, fra costoro ci sono anche quelli in cui il tumore si sarebbe manifestato con sintomi e metastasi, ma il cittadino, prima di accedere allo screening periodico, dovrebbe avere ben chiaro il bilancio tra possibili benefici (per pochi) e danni molto probabili (tantissimi).

Di certo intervenire sulla prostata comporta una peggiore qualità di vita causata da effetti collaterali, come:
  • disfunzione erettile o
  • impotenza (spesso),
  • incontinenza urinaria (quasi sempre),
  • problemi intestinali.

Occorre procedere per gradi: Diagnosi e trattamento delle patologie prostatiche vanno  effettuati senza allarmismi, sotto l’attenta regia dello specialista.

Mai come in questo caso il “fai da te” è inopportuno.

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 1’40”

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