Il terzino: da “rude difensore” a “calciatore totale”

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di Emanuele Aiuto

Un tempo, nelle partitelle tra amici spesso il più scarso tecnicamente veniva scelto per ultimo ed era messo o in porta o a terzino.

Analogamente nelle squadre di bassa caratura, il compito di “fare il terzino” veniva affidato a qualcuno con una buona corsa, ma dotato di una tecnica di base insufficiente per stare a centrocampo o in attacco e con un fisico troppo gracile per poter giocare al centro della difesa.

Nel calcio di oggi, quello del terzino è uno dei ruoli più complessi e difficili da trovare. 

Il terzino: chi è costui?

Per tutti gli altri ruoli è facilmente intuibile il perché del nome:

la punta rappresenta il culmine della squadra (quello che gioca più in alto), ovviamente il mediano gioca in mezzo, le ali occupano le zone laterali del campo ed i centrali difensivi non hanno bisogno di alcuna spiegazione.

Ma il terzino?

Agli albori del gioco la formazione cominciava dall’attacco, quindi i terzini non erano altro che coloro che occupavano la terza linea.

Il loro compito era di marcare e tenere la posizione insieme ai compagni del reparto arretrato per limitare la fantasia delle ali avversarie.

Inutile sottolineare che i terzini vecchio stampo come Gentile o Burgnich dovevano essere dotati di una grande cattiveria agonistica che riversavano sul malcapitato di turno.

L’allenatore pretendeva che la marcatura fosse strettissima; la raccomandazione era di seguire l’attaccante anche nello spogliatoio.

Le prime avvisaglie di cambiamento ci furono nel 1958.

In occasione del Mondiale svedese, l’allenatore italo-brasiliano Vicente Feola propose un modulo innovativo, il 4-2-4.

Il suo Brasile affrontò la competizione schierando tre linee parallele:

la prima, composta da quattro attaccanti, la seconda, con due mediani che si dividevano i compiti di interdizione e di regia, e la terza, in cui accanto ai due terzini centrali, figuravano due terzini esterni:

i mitici Dialma Santos e Nilton Santos, che osò superare la linea di metà campo, tirare in porta e addirittura segnare un gol.

Nella prima metà degli anni 60, in Italia, Helenio Herrera (“il mago”) dominò per anni il calcio nostrano ed europeo, schierando:

  • due marcatori centrali (Bedin, Guarneri),
  • un libero (Picchi), che copriva le loro spalle,
  • un terzino destro tradizionale (Burgnich) e
  • un terzino sinistro, ovvero Giacinto Facchetti, che non si concentrava solo sulla fase difensiva, bensì era libero di lanciarsi in avanti e fluidificare (il primo “terzino fluidificante“ italiano), partecipando attivamente alla manovra offensiva.

Il terzino: un calciatore a tutto campo

Con l’introduzione della difesa a zona e l’abbandono della marcatura a uomo, si è trasformato sia sotto il profilo tattico che tecnico, tanto che del rude terzino tradizionale è scomparso perfino il nome (modificato in “esterno basso”).

È divenuto un calciatore strategico, che si muove su tutta la fascia, partecipando anche alla fase di possesso palla e fornendo alternative di passaggio ai compagni e supporto alla manovra offensiva.

I terzini sono gli unici calciatori in campo che devono essere abili nella cosiddetta doppia fase:

Difensori veri in fase di copertura e attaccanti aggiunti in fase di possesso palla, bravi nel dribbling per andare sul fondo a crossare o concludere a rete.

Ne consegue che il terzino dei giorni nostri deve avere spiccate doti atletiche, visti i numerosi km che dovrà percorrere nell’arco della partita, abbinate a una buona tecnica individuale e notevole duttilità tattica.

Il ruolo del terzino è quello che è cambiato più di tutti nel calcio moderno: oggi è il prototipo ideale del calciatore “totale”, a tutto campo.

Emanuele Aiuto

Tempo di lettura: 1’50”

 

Foto tratta da: https://www.fanpage.it/sport/calcio/dove-il-ragazzo-con-le-stampelle-mattarella-cercava-spinazzola-li-ho-capito-tutto/

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