In attesa dell’avversario

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di Gaetano Buompane

Per caso avete mai sentito parlare di Tristan da Cunha?

È un isola di 98 km² situata nell’Oceano Atlantico e appartenente al territorio britannico d’oltremare.

Dista quasi 3000 km a sud-ovest da Città del Capo e a poco più di 2000 km a sud dall’isola di Sant’Elena, dove Napoleone è morto in esilio, per intenderci.

Fa parte dell’arcipelago omonimo il quale è composto da altre isole: le Isole Nightingale, l’Isola Gough e l’Isola Inaccessibile.

A differenza delle altre, che sono completamente disabitate, a Tristan da Cunha qualcuno ci vive e la storia di questa gente è incredibile.

Ah, dimenticavo. Su Tristan da Cunha c’è anche un vulcano. Attivo.

L’8 ottobre del 1961, dopo una serie di eruzioni e terremoti, quasi 300 persone abbandonarono le loro case.

Dapprima spostandosi su una parte più sicura dell’isola poi, due giorni dopo, furono tutti evacuati, inizialmente a Città del Capo e poi in una ex base aerea a Calshot, in Inghilterra.

Una specie di deportazione insomma.

La storia dell’isola, iniziata con i primi insediamenti nel 1815, sembrava quindi terminata nella maniera più tragica che si possa immaginare.

Ma due anni dopo, con l’isola nuovamente fuori pericolo, gran parte di quelle persone, incredibilmente, decise di ritornare finalmente a casa.

Sull’isola non c’è aeroporto, né un approdo. Il primo centro ospedaliero è stato istituito solo nel 1971.

Per raggiungere Tristan  occorrono circa sette giorni di navigazione dal Sudafrica e quando arrivi alcune scialuppe provvedono a sbarcare i passeggeri e a scaricare merci.

Eppure per quella gente quella è la loro casa.

La terra è di proprietà pubblica, ognuno coltiva il suo orto e alleva i propri animali, pecore e mucche, in un numero esiguo e controllato. Non ci sono maiali.

Fin dal 1817 sono seguiti i principi di uguaglianza stabiliti dal primo colonizzatore William Glass. I beni della comunità sono a disposizione di tutti e sono inesistenti ruoli di comando e quindi nessuno che impartisca ordini.

Due sono le principali fonti di guadagno degli isolani, la pesca delle aragoste e la vendita dei francobolli e monete da collezione, ma tra gli abitanti dell’isola esiste solo il baratto.

Le prime persone a stabilirsi sull’isola furono, nel 1811, i marinai statunitensi Jonathan Lambert, Andrew Millet e il livornese Tommaso Corri.

Lambert dichiarò l’arcipelago di sua proprietà.

Ma tre anni dopo, all’arrivo di una guarnigione inglese l’unico testimone, Tommaso Corri, riferì che Lambert e Millet erano morti durante una battuta di pesca l’anno precedente.

È il 28 novembre del 1815 quando sbarcarono sull’isola 38 militari e 28 civili.

Nel 1817 una nave inglese riportò tutti in Inghilterra, tranne William Glass e la moglie che decisero di rimanere, raggiunti poi, nel corso degli anni, da altri tre uomini.

Nel 1826 Glass chiese al duca di Gloucester di fare arrivare delle donne e l’anno seguente sbarcarono sull’isola alcune donne di colore provenienti da Sant’Elena e dal Sudafrica. Negli anni che seguirono vennero alla luce diversi bambini.

Il 3 ottobre del 1892 il brigantino Italia, che trasportava carbone, prese fuoco in pieno oceano. Dopo un disperato viaggio di 6 giorni tutto l’equipaggio fu tratto in salvo dagli abitanti di Tristan da Cunha.

Più tardi, contraddicendo agli ordini del capitano, due genovesi, Gaetano Lavarello e Andrea Repetto, decisero di rimanere sull’isola e non fecero mai più ritorno in patria.

Negli anni seguenti ebbero numerosi figli e ancora oggi i loro sono due dei tipici cognomi del paese.

Nel 1926 Rose, una missionaria anglicana che visse sull’isola per tre anni col marito, il reverendo Rogers, in un libro sulla vita isolana lasciò testimonianza delle prime partite di pallone su campi destinati all’allevamento delle vacche e delle pecore.

Nel 1940 una squadra di calcio formata da pescatori sudafricani e statunitensi sbarcò sull’isola per disputare la prima e vera partita di pallone della storia di Tristan da Cunha e per la quale gli abitanti formarono la loro primissima selezione.

Da allora, purtroppo, rarissime sono state le occasioni per ripetere un evento come quello.

Nel 2005 uno dei discendenti di Glass, Leon, ha messo su una squadra di calcio, con tanto di magliette ufficiali e sponsor, la compagnia di pesca Ovenstone.

Mentre tutto là scorre tranquillo, lontanissimo da quello che accade nel mondo, vivendo secondo basi di uguaglianza, con spese e ricavi che vengono condivisi in egual misura evitando il rischio che qualcuno possa arricchirsi alle spalle degli altri, i giocatori del Tristan da Cunha Football Club sono sempre pronti.

Gettano ogni tanto uno sguardo speranzoso verso l’orizzonte nell’attesa di una nave carica di avversari da affrontare sul prato dove brucano vacche e pecore adibito a campo di calcio.

Gaetano Buompane

Tempo di lettura: 2’00”

Foto da Pixabay

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