Intelligenza Artificiale: una rivoluzione epocale tra opportunità e inquietudini

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di Alberto Aiuto

Nel corso degli ultimi anni ho spesso proposto qualche riflessione sulla Intelligenza artificiale (IA), della sua influenza soprattutto nella medicina moderna, per capire come questo poteva trovare applicazioni anche in altre aree e come il suo utilizzo possa modificare il mondo che abbiamo creato nel corso dei secoli.

Per molti di noi l’IA rappresenta un’evoluzione ancora misteriosa, capace di suscitare un misto di riverenza e sgomento.

Tutti sappiamo che un cavallo corre più velocemente di un essere umano, o che una mietitrice opera più efficacemente di un individuo con la falce in mano.

Di conseguenza all’inizio la superiorità dell’intelligenza artificiale su quella umana è stata considerata come essenzialmente quantitativa, sia pure con risultati straordinari, in fatto di rapidità e capacità di calcolo.

Qualcuno sintetizzando questo momento storico ha affermato: “quando pensiamo di aver trovato tutte le risposte, il mondo cambia le domande”.

Qualche anno fa l’argomento di cui si discuteva era il Covid:

eravamo tutti ignoranti, compresi coloro che avrebbero dovuto prendere le decisioni, ma eravamo tutti infettivologi, possessori della verità assoluta.

Oggi l’argomento che imperversa ovunque è l’intelligenza artificiale, descritta come scientifica, esatta, pressoché infallibile, e sostanzialmente migliore di quella umana. Viceversa brilla l’assenza di discussioni sulla “intelligenza naturale”.

Nelle conversazioni quotidiane, al bar o in un taxi, non si parla d’altro. Fioccano le previsioni sul suo impatto e su come ci sorveglia, su come cambierà la nostra vita, soprattutto sui posti di lavoro che eliminerà e non su quelli che creerà.

L’IA ci sconvolge perché non si limita a creare una nuova realtà, ma cambia le regole del senso umano, così come nel passato fecero prima il linguaggio come prodotto dell’evoluzione biologica e poi la scrittura come suo prolungamento nell’evoluzione culturale.

In realtà senza andare tanto indietro nel tempo, periodicamente capitano eventi analoghi: ad esempio, quando cominciai a lavorare, le segretarie erano sostanzialmente delle dattilografe che scrivevano a macchina le relazioni scritte a mano (perdonate la semplificazione); poi arrivò il PC, scoprimmo che era più semplice e rapido scriverle, modificarle in diretta, inviarle ai colleghi o stamparle, bypassando la segretaria, la cui domanda iniziale fu: …. e mo’ che faccio.

Probabilmente quando si diffuse la scrittura, l’umanità avrà avuto le stesse reazioni, razionali e/o emotive.

Intelligenza Artificiale: verso una nuova era evolutiva

In generale le scoperte o le invenzioni non sono mai oggettivamente negative, è l’uso che se ne fa che può essere terribilmente negativo.

Basta ricordare il caso dell’energia nucleare: inizialmente la bomba atomica distrusse due città giapponesi, poi le centrali nucleari fornirono e forniscono energia elettrica a milioni di esseri umani.

L’intelligenza artificiale rappresenta una delle trasformazioni più significative della nostra epoca, paragonabile per impatto all’invenzione della scrittura o alla scoperta dell’America o alla rivoluzione industriale.

La rapidità del suo sviluppo e dei suoi processi supera la capacità umana di comprenderli, digerirli, farli propri.

La trasformazione è rapida, faticosa, virale, capace di trasformare radicalmente un mondo che non capiamo più. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale è come la piena di un fiume. Ciò che ragionevolmente possiamo fare è accompagnare il corso delle acque per cercare di fare in modo che irrighino e non travolgano, alimentino e non sommergano.

La vera domanda a cui facciamo fatica a rispondere è: avremo un’alleata oppure un’insidia? Certamente dall’intelligenza artificiale trarremo immensi benefici, nella ricerca scientifica, medica, nella salvaguardia delle nostre risorse naturali.

Ma è nell’impatto con gli umani, individualmente e collettivamente, che si aprono interrogativi davvero epocali.

In pratica, siamo arrivati a due possibili sviluppi: quello di un uomo “potenziato” dalla tecnologia o quello di una presa del potere da parte di algoritmi specializzati nell’intelligenza artificiale, capaci di prendere il sopravvento.

Entrambi suscitano timore: ci spaventa la nostra incapacità di padroneggiare le cause e gli effetti, il delirio di onnipotenza tecnologica, che può sfociare in un potere assoluto, senza freni.

Sarà uno strumento utile se saremo capaci di integrare le macchine nelle nostre vite. L’introduzione delle macchine a energia meccanica ridusse la fatica fisica del lavoro umano.

L’IA e il mondo del lavoro: tra automazione e nuove competenze

Intelligenza artificialeOggi la rivoluzione digitale e l’adozione dell’intelligenza artificiale sta modificando radicalmente il mercato del lavoro.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’IA avrà un impatto sul 60% dei posti di lavoro nelle economie avanzate, con effetti significativi anche nei mercati emergenti. In Italia, sono altamente esposti circa 10 milioni di lavoratori.

Colpirà soprattutto il ceto medio distruggendo molti lavori: banche, assicurazioni, studi professionali.

Impiegati, medici, avvocati, architetti, giornalisti, professionisti altamente qualificati saranno sempre più spesso sostituiti da ChatGpt; resteranno i lavori creativi e di cura, i servizi alle persone (che i nostri figli e nipoti rifiutano di fare), lasciati volentieri ai migranti, il cui arrivo, tanto più se gestito come facciamo adesso, procura gravi disagi sociali, una vera e propria guerra tra poveri per la casa, il posto all’asilo nido, il letto in ospedale, i salari, i diritti.

Questa “polarizzazione” potrebbe aggravare le disuguaglianze sociali: i lavoratori meno qualificati potrebbero essere più esposti alla disoccupazione tecnologica o alla riduzione di salario; il ceto medio, già indebolito da decenni di stagnazione salariale e precarizzazione, verrebbe penalizzato ulteriormente.

L’evoluzione dell’IA non si limiterà solo alla sostituzione della forza lavoro, ma trasformerà le mansioni, automatizzando compiti ripetitivi e liberando tempo per attività creative e strategiche.

Non solo. L’intelligenza artificiale non gestita bene dall’intelligenza naturale, non si limiterà a sostituire l’uomo.

Rischia di cancellarlo. La combinazione di intelligenza artificiale, biotecnologie e clonazioni renderà in teoria possibile l’avvento di creature dal corpo meccanico che avranno come cervello il computer e come memoria la Rete: sapranno molte più cose di noi, saranno molto più intelligenti di noi; e non si vede perché dovrebbero obbedirci, anziché darci ordini.

Tuttavia, l’IA non si limita a sostituire l’uomo, ma cambia le regole del senso umano.

Nel passato il linguaggio ha permesso alla specie umana di modificare il ragionamento sulla base delle conoscenze acquisite.

Nell’ambito dell’IA implica un’evoluzione verso sistemi più sofisticati, capaci non solo di replicare ma anche di ampliare le capacità cognitive umane.

Questo processo richiede un equilibrio tra innovazione tecnologica e considerazioni etiche, per garantire che l’IA contribuisca positivamente al benessere e allo sviluppo dell’umanità.

Di fronte a questa trasformazione, è essenziale ripensare il contratto sociale. Politiche pubbliche mirate, come la formazione continua e la redistribuzione del reddito, potrebbero mitigare inizialmente gli effetti negativi dell’IA sul mercato del lavoro.

Alcuni esperti propongono l’introduzione di una “robot tax”, un’imposta sul reddito teorico dei robot, per compensare la perdita di posti di lavoro e finanziare sistemi di welfare più robusti.

Intelligenza artificiale, andiamo verso un’umanità potenziata?

Secondo il futurologo Ray Kurzweil, in un futuro non troppo lontano, l’uomo avrà la possibilità di espandere la propria neuro corteccia grazie alle nanotecnologie, collegandosi alla rete con il pensiero e accedendo a una neuro corteccia sintetica che potenzierà le capacità cognitive.

Questo scenario solleva interrogativi etici e sociali: chi controllerà la corteccia sintetica del cloud? L’accesso sarà uguale per tutti o differenziato in base alle condizioni economiche?

E, soprattutto, che fine farà l’uomo con l’avvento di una intelligenza artificiale sempre più potente e capace di sostituirlo praticamente in ogni attività lavorativa?

Queste sono solamente alcune tra le tante domande che si possono porre e alcune possibili risposte alimentano scenari inquietanti.

Le prime esperienze hanno evidenziato che l’interazione umana sotto forma di intelligenza emotiva ed empatia resta ancora insostituibile.

Per quasi 9 italiani su 10, infatti, l’IA non riesce a interpretare le necessità quanto un operatore umano e per quasi un italiano su due offre una comprensione e un supporto inferiore.

L’intelligenza umana si posiziona al di sopra dell’IA nella capacità di comprendere emozioni e sentimenti (83% degli intervistati), interazione sociale e comunicazione empatica (75%), etica e moralità (72%).

Non per niente il ceo di Klarna, Sebastian Siemiatkowski, che si era vantato un anno fa di licenziare le proprie persone a vantaggio della IA ora sta facendo marcia indietro. Sono ufficialmente i primi ri-assunti dell’era dell’intelligenza artificiale.

Conclusione

Sullo sviluppo della IA è difficile trovare una risposta credibile e univoca. Bisogna confessarlo, prendere posizione “certa” è come voler scommettere a testa o croce, perché finora è vero tutto e il suo contrario.

L’intelligenza artificiale rappresenta una rivoluzione epocale che offre immense opportunità, ma anche sfide significative.

Se gestita con consapevolezza e responsabilità, l’IA è una forza potente che può trasformare la società in meglio.

Tuttavia l’aspetto veramente pericoloso della IA, il suo “lato oscuro”, non è il predominio della macchina. È il rischio di uniformità e di mediocrità.

Un pensiero lineare e piatto, esente da errori e sbavature così come da impennate e intuizioni.

Quando usiamo l’IA alcune verità le sappiamo: sappiamo che non è il Sole che gira intorno alla Terra, ChatGpt lo sa perché glielo abbiamo detto noi.

Siamo noi la Treccani, non ChatGpt e simili. L’IA è il nostro alunno a cui possiamo insegnare i principi fondamentali, dell’etica e della morale.

Ma è anche vero che noi, i maestri, forniamo dati fasulli; la cultura è ormai per pochi, l’ignoranza e l’improvvisazione regnano sovrane.

Siamo noi i responsabili dell’effetto GIGO, ovvero “Garbage in, garbage out” (spazzatura dentro, spazzatura fuori), un acronimo utilizzato nel campo dell’informatica e della tecnologia dell’informazione e della comunicazione.

È utilizzata soprattutto per richiamare l’attenzione sul fatto che i computer elaborano in modo acritico, ovvero se viene fornito loro un insieme di dati in entrata palesemente erronei o insensati (garbage in) producono un risultato erroneo o insensato (garbage out).

Tuttavia oggi ad alimentare le nostre ansie non è la paura dell’ignoto, ma la velocità con cui il presente diventa futuro e la realtà viene modificata e reinventata.

Poiché tutto muta in maniera così repentina, qualunque azione appare inutile: la maggior parte di noi ha la sensazione che ogni conquista sia destinata a diventare obsoleta in un batter d’occhio. Insomma viviamo nel Futuro presente, senza accorgercene.

Tanto è vero che attualmente la discussione è su quando ci si possa aspettare che le IA raggiungano “intelligenza di livello umano”. Anche se l’uso di questa unità di misura è decisamente confuso.

È come definire e valutare gli aeroplani attraverso il metro del “volo a livello degli uccelli”. L’IA non progredisce verso un’intelligenza di livello umano.

Si sta evolvendo in un tipo di intelligenza completamente differente.

È fondamentale che l’umanità accompagni il corso di questa trasformazione, cercando di fare in modo che l’IA irrighi e non travolga, alimenti e non sommerga.

Solo così potremo integrare le macchine nelle nostre vite, preservando la nostra intelligenza naturale e garantendo un futuro equo e sostenibile per tutti.

Mentre l’IA avanza, cresce il rischio di una “ritirata dell’intelligenza naturale”, con la scomparsa delle capacità critiche, della memoria storica e della cultura umana.

È fondamentale non confondere l’informazione con la cultura: l’IA può fornire dati, ma non può sostituire la comprensione profonda e il pensiero critico.

E se smetto di pensare perché una macchina lo fa per me, sarò ancora capace di avere un pensiero critico?

È essenziale sviluppare politiche pubbliche che promuovano la formazione continua, la redistribuzione del reddito e l’accesso equo alle tecnologie, per evitare che l’IA diventi uno strumento di disuguaglianza ed alienazione.

Solo così potremo garantire che l’intelligenza artificiale sia al servizio dell’umanità, e non il contrario.

Alberto Aiuto

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