La Brexit e i suoi effetti sugli italiani

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di Claudio Razeto

Cosa sta succedendo in Gran Bretagna?

Questo psicodramna intitolato Brexit come andrà a finire e soprattutto cosa succederà?
E alla fine chi pagherà il conto salato di uscita dalla tanto contestata Unione Europea?
Si svolgerà secondo un accordo o senza, “no deal”, come vorrebbero i sostenitori più oltranzisti dell’abbandono, come l’attuale biondo Premier Boris Johnson?

A Londra col passare dei giorni sta andando in onda un vero e proprio delirio politico istituzionale  – peggio di quello italiano – che sta coinvolgendo non solo i partiti politici di governo e opposizione, ma anche la Regina normalmente intoccabile (salvo casi eccezionali) nel dibattito british.
Gli aspetti “pittoreschi” predominano, come quello dello speaker della Camera dei Comuni col suo “order” baritonale (che fa sorridere soprattutto se paragonato a quello che si è sentito dire per giorni, nelle sedi parlamentari italiane, in occasione della nascita del Governo Conte bis), la zazzera bionda un po’  punk del Premier, la Regina imperturbabile tra il gossip dei figli e dei nipoti e il suo obbligo di dare un colpo al timone del governo del Paese, quando le cose si mettono male.

Come il Presidente Mattarella ma ancor più distaccata e super-partes per nascita.
Peccato che sulla Brexit ci sia poco da ridere perché alla fine il conto dell’uscita della Gran Bretagna dell’Europa, potremmo pagarlo tutti.

Anche noi italiani.
Anzi in parte lo stiamo già pagando anche se non ce ne rendiamo conto.

Il Regno unito in Europa, un accesso privilegiato.

 La Gran Bretagna è diventata europea a condizioni particolari, alcune con effetti unici, ma non proprio banali, che ha vissuto chiunque sia stato in questi anni nella cool London:

  • ha mantenuto la sua moneta, la Sterlina rifiutando l’Euro
    (lo sa chi appena sbarcato a Londra deve cambiare gli Euro in Pound, salvo trovarsi pieno di monetine inspendibili al ritorno a casa, un business inglese nel business del cambio)
  • ha continuato ad esercitare il controllo di accesso alle frontiere (le interminabili file ai controlli di Heathrow, Gatwick) per gli europei unico benefit, una fila a parte, di solito lunghissima, per chi proviene dai confini Europei-UE border ed entra anche solo con la Carta di identità.
Dopo la Brexit ci vorrà il Passaporto e forse anche il Visto turistico come negli USA

Con l’uscita della Gran Bretagna il turismo continuerà, magari allungando i tempi di attesa in fila, che per gli inglesi, specie a Londra sino sacri come una religione.

Per il resto tea, biscotti al burro, english breackfast, pub, birra calda, tornei di freccette, i musei più belli del mondo (anche con esposizioni di opere e tesori italiani), le cartoline con lady Diana e la Regina Elisabetta, il cibo inglese non proprio fantastico – ma che con gli anni grazie anche ai reality tv di cucina seguitissimi in Uk si è evoluto.

Tutto continuerà imperterrito come nella migliore tradizione anglosassone.

Il Tamigi color benzina, la metropolitana, i parchi verdi, i bus a due piani, i locali notturni, i teatri bellissimi e unici, i cinema con le sfavillanti premiere, gli alberghi e i B&b non sempre  pulitissimi come nelle foto su internet, la cucina etnica (per mangiare vero cinese, indiano, bangla, pakistano bisogna andare a Londra), le librerie, lo shopping a Carnaby street, Portobello, Buckingham Palace, con la guardie in colbacco anche ad agosto.

I week end tra movida, locali trendy, passeggiate, relax, jogging nel verde, il calcio inglese, il tennis, i mercatini, i finger food, vissuti da chi la conosce meglio.
Londra divenuta dagli anni 90 la città del boom europeo, più importante e di tendenza di New York, con i grattacieli, lo stile, l ‘arte, la musica, il cinema.

Londra e tutto questo sopravviveranno alla Brexit?

 

E gli inglesi, continueranno a sembrarci pittoreschi e strambi, come sempre. Come noi sembriamo loro “so italian” e “too much”?
Il tour certamente potrà continuare.
Ai prezzi, cari, che abbiamo pagato fino ad oggi per farci i turisti o risiederci.
Tutto qui?
No. Purtroppo no. A parte il costo di uscita per il governo inglese, stimato tra i 50 e i 100 miliardi di euro, le aziende basate a Londra che sposteranno i loro uffici – banche e finanza in testa ma anche servizi e hi tech – e i possibili licenziamenti e trasferimenti collegati. Ci saranno altri effetti.

Il primo: il lavoro.

Londra in questi anni per noi italiani, molti, non solo una élite ristretta, era diventata un vero punto di riferimento sociale. Una sconfitta economica in casa nostra trasformata, sempre di più, in una possibilità importante di riscatto per tante persone che nella città più dinamica d’Europa e del mondo, hanno potuto iniziare a mettere le basi della propria vita.
Soprattutto, giovani. Tanti.

Londra è piena di ragazzi e ragazze italiani.

Si calcola siano più 700mila (un po’ meno della popolazione dell’Umbria più di tutta la Basilicata, il doppio del Molise).

Non sono pochi. La metà registrata ufficialmente. Di tutte le età, di ogni regione, con esperienze, curriculum, sogni, competenze, che in questo primo ventennio di Europa hanno unito il proprio destino a quello della Gran Bretagna e in particolare di Londra.

Qui hanno trovato un mercato del lavoro efficiente, veloce.

Ti assumono se servi, se sei bravo vai avanti e puoi fare carriera, puoi cercare di entrare nel settore che più ti interessa. Dal cameriere, che andava di moda gia negli anni 70 per imparare l’inglese, al barman, all’acconciatore, dall’impiegato al creativo, al giornalista, al manager al funzionario di banca nella City.

Ti pagano, sempre, anche a settimana.

 

Tutto è normale, regolato, trasparente senza i soliti sistemi “all’italiana”. Chi assume legge i curriculum, seleziona per titoli ed esperienza e ci sono occasioni per fare carriera.
Però devi lavorare. Sul serio. Le ore da contratto. Di più se vuoi farti notare. Essere puntuale. Fissare scadenze.
Se possibile raggiungere i risultati. A volte dimenticare le ferie. Anche per anni.
Se non vai bene, fuori. In fretta e senza complicazioni.
Se trovi di meglio, cambi. Persino la maternità prevede a casa il tempo necessario per diventare mamma.
Mesi, non anni. E conviene rientrare prima possibile se si vuole tornare a guadagnare.

I contratti sono regolari e il governo inglese, fornisce a tempo di record il permesso per lavorare e la previdenza sociale (National insurance).

Con tutto il welfare necessario a chi lavora, produce e paga le tasse (pays as you earn) con un sistema di aliquote simili alle nostre (dal 10% al 45%) ma con più detrazioni, che rendono il lavoro in Uk più remunerativo.

Raccontata nel Paese del reddito di inclusione, degli inutili uffici di collocamento, delle agenzie interinali, delle raccomandazioni, del lavoro nero, sembra una barzelletta ma questo mondo esiste davvero.
E tantissimi italiani lo hanno scoperto.
Niente è gratis però.

Londra è una delle città più care d’Europa.

 

Il clima (cambi epocali e Greta a parte), fa schifo, ma i mezzi di trasporto funzionano per lo più.

i treni della Tube (11 linee, 382 stazioni collegate alle linee ferroviarie locali) passano e ti portano ovunque ma nelle ore di punta (rush hour al mattino e dopo le 17) la massa umana che vi si riversa è impressionante. I londinesi passano buona parte della loro giornata sui mezzi pubblici, spesso alzandosi e uscendo di casa col buio.
Pagano tutti, tra tornelli, bigliettai e controlli.
Gli abbonamenti ai trasporti sono cari.
Fino a 1500 euro l’annuale.
Tanto che alcuni datori di lavoro li offrono ai dipendenti, come benefit.

Anche gli alloggi sono carissimi.

Letti, (persino camerate con più brande), stanze, mini appartamenti, residence, ostelli, alloggi delle università.
Tutto è monetizzato, ogni centimetro quadrato, dai landlords, i proprietari, che spesso chiedono cifre altissime per catapecchie con servizi igienici discutibili scarafaggi inclusi. Più ci si avvicina al centro più si paga. Gli inquilini morosi durano poco. Gli sfratti sono resi esecutivi in fretta.
E gli stranieri lavoratori sono i primi a pagare questi costi.
Magari tenendo in piedi più di un’attività per permettersi di restare e andare avanti.
Le banche fino ad oggi vedevano a ritorni così alti da favorire il “buy for rent”, il business di chi comprava immobili per dividerli e affittare.

La Brexit rischia di cambiare parecchie cose.

I grandi affari immobiliari stanno rallentando.
E anche per chi lavora la situazione è più incerta che fluida.

Fino ad oggi ci si poteva trasferire a Londra, senza visti, per studiare, cercare lavoro e muoversi liberamente con il passaporto europeo.

Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, questo non sarà più possibile. Il termine immigrazione, da autorizzata a clandestina, varrà per noi italiani come per qualunque altro straniero.
Si pensa – ma non è ancora certo – che chi è già inserito e registrato, con i documenti in regola, potrà restare. Avrà uno status diverso da quello attuale di cittadino UE. Ma in una delle città più cosmopolite del mondo non sarà un problema.
Chi non è registrato sta correndo ai ripari.
Chi stava pensando di muoversi oggi deve fare bene i suoi conti.

Anche andare a studiare in UK (Oxford è sempre la prima delle università nella graduatoria mondiale) già costoso per gli europei (9. 000 stelline l’anno, oltre 10mila euro), potrebbe non essere più così vantaggioso.

Se poi nei singulti di una hard Brexit si dovesse chiudere la Gran Bretagna a tutti europei, italiani compresi? Cosa succederà?

Molti tornerebbero a casa.

 

Decine di migliaia. Forse di più. Dopo aver imparato l’inglese (come minimo), essere usciti da realtà depresse e prive di opportunità come alcune di quelle italiane, aver lavorato, imparato, guadagnato, visto partire come avrebbero voluto, le loro vite, conosciuti mondi e realtà nuove. Si ritroverebbero al punto di partenza. Magari una bella spiaggia mediterranea, il paese con gli anziani al caffè, la casa dei genitori – per chi l’aveva- o niente del tutto.
Il lavoro precario e mal pagato. I servizi da età della pietra, rispetto a quelli provati all’estero.
La politica ondivaga, in Italia come in Gran Bretagna, ma da noi così veloce nel far sentire i suoi effetti più negativi, dalle tasse, agli aumenti delle tariffe per i servizi spesso tagliati, mal forniti e inefficienti. Un sistema pubblico che appoggia il più sulle spalle dei privati per incassare e spendere, confrontato con la Gran Bretagna che conta anche le minime spese di una monarchia millenaria, e che costa meno della nostra Presidenza della Repubblica.

Una realtà che li aveva accolti mostrando loro le sue luci ed ombre – compresa una classe elitaria e snob che con la Brexit sta mostrando tutti i suoi limiti – ma anche il valore aggiunto di una società più efficiente, moderna e aperta.

Salvo avere sulla testa il sole del bel Paese, cosa sarà di questo esercito di giovani transfughi che se tornassero in massa bloccherebbero, solo scendendo da aerei e treni, tutta l’Italia? 

Dovranno cambiare ancora? Magari a Berlino che sta seguendo il trend londinese. Oppure restare e inventare qualcosa con l’esperienza che hanno acquisito? Sarà una rivoluzione o resterà solo la sensazione di quelli che, dalla provincia, ricordavano Roma perchè ci avevano “fatto il militare”.

Sarà un seguito hard o soft, con accordo o senza, come la Brexit?

Per ora siamo ancora alle cronache in tv e sui giornali, in Italia come a Londra.
Qualcosa succederà. Londra e Bruxelles trattano mentre fuori Westminster, dove il Parlamento è stato sospeso ma solo imposto, a sorpresa, l’accordo per l’uscita.

L’inedito e contestato golpe del Premier biondo, istituzionale e legale, mentre la gente manifesta divisa tra leave e remain.

L’impressione e che la confusione sia tanta anche sotto il cielo di Londra.

Anche tra gli inglesi non solo tra gli italiani che aspettano di capire cosa succederà.

Confusione e perplessità, speranze e timori, come in Italia dove però, nel caso decidessimo di chiuderci fuori dall’Europa, non resterebbero più molti altri posti migliori dove andare.

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 3’00”

Foto tratta da: https://www.express.co.uk/news/uk/1178385/brexit-news-boris-johnson-latest-deal-leave-jean-claude-juncker-eu

 

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