La pace in fondo alla prospettiva Nevskij

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di Gaetano Buompane

Sono un essere spregevole, deprecabile. La mia è una vera e propria aberrazione fisica e mentale.

Mi sento un reietto della società, vivo nascondendo questo mio segreto, questo mio inconfessabile dramma che mi sta trascinando nella solitudine e nell’angoscia.

Sarebbe meglio andarsene perché sono cosciente che prima o poi farò soffrire tutti quelli che mi amano.

Dovrei farlo al più presto, prima che tutto venga alla luce, perché sento che il cerchio si stia chiudendo e tutte le prove portano a me. Sono io il mostro?

Il castigo per i miei delitti è questo tormento che mi affligge, la paranoia di essere seguito, osservato, ovunque io vada.

È lui, perché non lo fermano? perché non lo legano e non lo sbattono in un sanatorio per poi buttare la chiave?

Dopo ogni mia trasformazione sono spesso colpito da febbri celebrali che mi lasciano estremamente debilitato e confuso. È in questi momenti che mi convinco di poterla ancora fare franca.

Se tutto finisse presto, se le cose si risolvessero, forse anche tutta questa follia si placherebbe e io sarei salvo.

All’inizio nemmeno mi rendevo conto delle mie azioni fino a quando una mattina mi sono risvegliato in un vicolo tutto nudo, con un colbacco in testa e una bottiglia di vodka stretta nella mano.

Nelle notti di luna piena mi cresce la barba di Rasputin, gli occhi due pezzi di ghiaccio e mi trasformo in un folle antipacifista russofilo.

Accecato da una coscienza malata che mi espelle con forza dal mio democratico eurocentrismo, accendo tutti i fornelli di cucina, i termosifoni, l’aria condizionata ed esco per strada convinto di essere uno dei fratelli Karamazov.

Declamo in russo e a memoria lunghi stralci delle opere di Dostoevskij, soprattutto le parti in cui è più forte la critica al nichilismo.

Affamato, vago alla spasmodica ricerca di caviale. Ad ogni ristorante che incontro chiedo se hanno nel menu il filetto Stroganov, ma alla fine, cacciato a calci nel sedere, sono costretto a saziare i miei biechi istinti sovietici mangiando grandi quantità di insalata russa, spesso scaduta.

L’altro giorno ho preso tutti i risparmi dei miei genitori e li ho cambiati in rubli cercando di convincerli che così avrebbero certamente economizzato sulle bollette del gas.

Nell’ultima notte di luna piena, vestito con gli abiti tipici dei coriacchi della Kamčatka ho chiesto a chiunque incontrassi per strada se mi sapesse indicare come raggiungere la pace in fondo alla prospettiva Nevskij.

Alla fine qualcuno mi ha caricato in macchina e mi ha abbandonato su una piazzola dell’autostrada.

Tornato lucido, sulla via di casa, mi sono domandato cosa fosse, in fondo, la democrazia se non la possibilità di accendere l’aria condizionata, o il fornello per farsi un caffè, senza sentirsi in colpa per la morte di un bambino sotto le bombe di una guerra incomprensibile.

La follia è in genere la manifestazione di una sofferenza e “il folle” è solo qualcuno che cerca di urlare un’alternativa alle incongruenze della vita che nessuno capisce o non vuole ascoltare.

Chi ti dice che sei un pazzo e “ti ride alle spalle forse è ancora più pazzo di te”.

 

Il Sofà è una rubrica settimanale.
Ogni lunedì, se ti va, ci sediamo comodi per una nuova chiacchierata.

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Foto da Pixabay

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