Le Olimpiadi della rinascita e il surf degli dèi

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di Gaetano Buompane

Non è tutto oro quello che luccica. Lo sapeva bene il cercatore d’oro che azzannava ogni pepita scavata dalla terra per verificare che non fosse in realtà un semplice pezzo di pirite. Siccome è un metallo duttile e malleabile, i denti lasciavano sull’oro una bella impronta certificando così la sua purezza.

Di certo, nonostante gli atleti amino farsi fotografare stringendo il loro trofeo tra i denti, le medaglie consegnate ai vincitori delle gare olimpiche non sono d’oro. O meglio, non completamente.

Quelle di Tokyo 2020 sono in argento puro con 6 grammi di placcatura in oro. In base ai valori dei metalli sui mercati internazionali, tra la medaglia del primo e del secondo classificato c’è una differenza di circa 350 dollari, che diventano 785 con quella del terzo classificato, essendo quest’ultima una composizione di rame e zinco che raggiunge un valore massimo di 5 dollari.

Ma si sa, non è certo il valore intrinseco delle medaglie, o i premi in denaro che i vari comitati olimpici nazionali riservano ai vincitori (180.000 euro lordi per l’oro italiano), a sottoporre gli atleti ad anni di sacrifici, duri allenamenti e poi a scatenare la passione agonistica.

La maggior parte di loro arriva all’appuntamento olimpico senza nessuna chance di superare i primi turni e molto spesso sono proprio le medaglie di bronzo le più belle e sofferte, perché insperate, o conquistate con le unghie e con i denti da chi magari ha sfiorato di un soffio la tanto ambita finale o da chi non vuole ritrovarsi all’arrivo con al collo la disonorevole medaglia di legno.

Il luccichio che tutti gli atleti inseguono non ha niente a che vedere con l’oro e forse solo chi ha sacrificato una vita intera a inseguire il sogno di partecipare alle Olimpiadi può davvero capire cosa significhi indossare, almeno una volta, una medaglia.

Mai come in questa edizione, posticipata di un anno per causa della pandemia, blindata, austera, silenziosa per l’assenza di pubblico sugli spalti, esserci ha voluto significare superare mille difficoltà e avercela fatta a prescindere del risultato finale.

È sicuramente un’edizione che verrà ricordata per il suo valore simbolico di ripartenza in un Paese che già è stato un esempio di rinascita dalle proprie ceneri dopo la tragedia delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Nell’antica Grecia ogni ostilità veniva sospesa per tutta la durata dei giochi, e le competizioni, che si svolgevano in onore di Zeus, erano legate al culto degli dei ed erano un’occasione per ristabilire la pace e l’armonia. Ai vincitori veniva cinta la testa con una corona di ulivo ed erano celebrati e commemorati coi loro volti e corpi scolpiti in statue. Le imprese sportive venivano narrate in poemi da tramandare ai posteri.

Con grande sorpresa in questa edizione delle Olimpiadi ho trovato finalmente un profondo legame con le antiche, che probabilmente nemmeno il barone de Coubertin era riuscito a immaginare quando nel 1894 aveva proposto al mondo la rinascita dei Giochi.

Prima di affrontare le onde della prima finale di surf della storia delle Olimpiadi, il brasiliano Italo Ferreira, vincitore della medaglia d’oro, è entrato in acqua fino alla cintura e si è offerto al mare con i palmi delle mani rivolti verso l’alto.

Sapeva che stava per fare la storia, ma in quel momento era più che altro una questione tra lui e l’oceano. Perché va bene le gare, l’oro, la fama, ma prima doveva fare i conti con la forza della natura e una mareggiata che quel giorno stava offrendo buone onde e chissà che cos’altro.

E il mare, infatti, dopo una surfata su un muro d’acqua violento, gli ha restituito la tavola spezzata in due, tanto per ricordargli che cavalcare l’onda è una cosa, domarla un’altra. Italo comunque è salito sul podio più alto e ha mostrato a tutti l’unghia del dito indice in cui aveva scritto la parola “fé”, fede in portoghese.

Poche ore dopo il suo ritorno a casa, nella Baía Formosa dove tutto è cominciato, si narra, surfando su pezzi di polistirolo, lo hanno scovato in mezzo al mare in equilibrio sulla tavola perché per i veri surfisti ogni onda lasciata andare è un’occasione sprecata, un istante perduto.

E con gli occhi chiusi e un piccolo tuffo al cuore, ho immaginato la medaglia d’oro di Tokyo fatta scivolare in acqua, dono e sacrificio per Iemanjá, serena seduttrice dei mari del Nord-Est del Brasile, madre e sposa, che ama gli uomini dell’oceano e li protegge. Ma che quando li desidera è pronta ad ucciderli per farli suoi sposi nel fondo del mare.

 

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Foto da Pixabay

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