È tempo che io ritrovi il coraggio, ovunque si sia nascosto, di stanarlo e poi afferrarlo e tenerlo stretto senza più lasciarlo.
Il cercare semplicemente di farmi coraggio non serve a niente, spesso significa continuare a mentire a me stesso e quello che riesco a tirar fuori sono al massimo un po’ di audacia o temerarietà che mi portano a correre rischi inutili e a mettermi ancora di più nei guai.
Il coraggio non ha niente a che fare con l’incoscienza, che è più un’attitudine degli stupidi, quanto saper affrontare a viso aperto le incertezze della vita.
L’uomo veramente coraggioso affronta i pericoli con serenità, cosciente della sua forza e della sua integrità. È l’unico modo per arrivare illesi al traguardo, pronti per affrontare una nuova sfida.
Ma dopo due anni di isolamento mi sono accorto di aver spesso trascurato la mia forza, allo stesso modo di come ho trascurato la mia igiene dentale. Adesso, oltre ad avere un bel problema col tartaro, mi sento insicuro, teso, coi nervi a fior di pelle.
La mattina, intorno alle sette e venti, quando ingrano la prima appena fuori dal cancello di casa, prendo un bel respiro e mi ripeto mentalmente di essere un uomo coraggioso. Ma in genere non basta per tranquillizzarmi.
È passata solo una settimana da quando ho iniziato nuovamente ad affrontare il traffico cittadino negli orari di punta e probabilmente ci vorrà del tempo per tornare ad essere quel drago alla guida che sono sempre stato, patentato dal 1993 senza aver commesso o subito nessun sinistro stradale.
Le mani mi sudano sul volante. Vorrei avere tutto il tempo del mondo per concentrarmi ma devo decidermi a partire perché in realtà ho i minuti contati. Qualsiasi imprevisto manderebbe a rotoli tutta l’operazione. L’obiettivo è consegnare mio figlio all’asilo entro le 7:50, prima che chiudano i cancelli.
Una svolta a sinistra e un lungo rettilineo mi dividono dal primo grosso ostacolo: immettermi nell’arteria principale.
Un flusso continuo di macchine e guidatori inferociti sembrano non avere nessuna intenzione di lasciarmi entrare.
In realtà non possono perché il ritmo del traffico glielo impedisce. A quest’ora l’unica regola che vige è “Chi si ferma è perduto”.
Gioco un po’ con l’acceleratore, infilo il muso per farmi notare, mi ignorano e mi sfiorano incuranti delle mie pene.
Poi adocchio un’opportunità, esile, arrischiata. È la mia incoscienza, per non dire stupidità, che mi suggerisce la mossa temeraria.
Trovo uno spazio tra una macchina e il sopraggiungere di una moto. Mi butto, sterzando rapidamente trovando posto in carreggiata, ma quello mi è già addosso, mi evita facendo una manovra ad arco sottolineando il suo disappunto con una lunghissima claxonata.
È solo l’inizio. Deglutisco rumorosamente, accelero incalzato da una macchina che si è appiccicata al mio paraurti per farmi capire che ha una fretta dannata.
Mi riprometto di svegliarmi prima e di infilare il bimbo in macchina non dopo le sette di mattina.
Ma so già che non ci riuscirò. Allora strizzo gli occhi, mi concentro sulla strada e cerco di trovare tutto il mio coraggio nel dito medio alzato del motociclista, che ormai è già là avanti e quasi non lo vedo più.
Il Sofà è una rubrica settimanale. Ogni lunedì, se ti va, ci sediamo comodi per una nuova chiacchierata.
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Foto da Pixabay






















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