L’EUROPA DELLE NAZIONI CHE LITIGA INVECE DI DECIDERE

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Ci sono problemi grandi e importanti alle porte d’ Europa.

Problemi che non si scacciano con una dichiarazione estemporanea urlata sulle prime pagine dei giornali:

  • L’immigrazione africana e medio orientale,
  • il terrorismo dell’ISIS,
  • i rapporti con gli USA di Trump,
  • le relazioni con Russia e Cina,
  • la Brexit ancora incompiuta.
Sono questioni aperte e scottanti che aspettano risposte e politiche concrete.

In questo contesto articolato gli Stati membri dell’UE, invece di applicare una linea comune, procedono in ordine sparso

Quasi come cento anni fa quando le cancellerie di Parigi, Berlino, Londra, emanavano diktat magari con la minaccia di un intervento militare.

Eppure l’Europa, che da poco ha festeggiato il suo 25° genetliaco, era nata proprio per evitare tutto questo.

Cancellare gli orrori di due guerre mondiali, creare un grande consorzio economico e politico, dare un indirizzo coerente con la cultura e le aspirazioni di milioni di cittadini, creare un mondo diverso, libero, laico, occidentale, solidale nella sicurezza comune.

L’Europa con i suoi 28 Stati membri, le sue 24 lingue, i suoi 503 milioni di abitanti, doveva riunire le forze e le energie del vecchio Continente per dare vita ad una nuova entità e aprire un capitolo nuovo nella storia.

Come motto simbolo di questa Unione non a caso venne scelta la frase:

“Uniti nella diversità”.

Diversità che purtroppo continuano ad emergere a svantaggio dell’unità

L’EUROPA E I NUOVI NAZIONALISMI, DALL’IMMIGRAZIONE ALLA BREXIT

Il problema è che nell’ambito di questa entità sovranazionale sono emersi nuovi e diversi nazionalismi

La politica si è personalizzata nei leader politici e nei premier

Gli Stati membri continuano a vedere come prioritario il proprio interesse particolare anziché quello collettivo senza una vera visione globale che permetta a tutti noi di essere europei prima che italiani, francesi o tedeschi.

Il caso Brexit è stato emblematico.

I cittadini britannici meno cosmopoliti e internazionali, considerando ogni ingerenza come lesa Maestà hanno votato l’uscita dall’UE, così di pancia, quasi si fosse trattato di una questione di secondaria importanza.

Questo dopo aver tratto vantaggi consistenti quali la conservazione di una moneta forte come la sterlina, la trasformazione di Londra nel vero cuore pulsante della finanza europea e internazionale, la conservazione di paradisi fiscali crocevia d’affari di faccendieri, grandi evasori e società che operano se non nell’illegalità ai suoi limiti.

Di contro l’Unione Europea ha pagato lo scotto di una legiferazione a volte maniacale – dalle quote latte all’acciaio – o con le sentenze della Corte di giustizia a volte giuste, come i processi ai criminali di guerra balcanici, a volte surreali come la questione dei crocefissi nelle scuole.

La finanza e la speculazione hanno preso il controllo economico secondo un modello capitalistico estremo tanto che oggi un balzo degli indici di Borsa o di Spread vale quanto una cannonata sparata ai confini di cento anni fa.

PAESI DIVERSI MA POCO UNITI FRA LORO

Il problema è che i membri dell’Unione sono poco uniti e davvero diversi tra loro.

Un blocco di paesi che potremmo classificare come nordeuropei, mantiene una linea autonoma, indipendente, fatta di un welfare consolidato, amministrazioni pubbliche ordinate con i conti in regola, cittadini che ricevono servizi ma che pagano tutti indistintamente le tasse.

Olanda, Belgio, Lussemburgo, tutti banche e finanza con un’economia ovattata e lontana da noi.

Poi ci sono le nazioni dell’ex Est europeo, che dall’Unione hanno tratto energie e fondi per crescere, mantenendo la propria valuta ma approfittando della grande opportunità di sganciarsi dalle zavorre dei vecchi sistemi socialisti e cambiare.

Varsavia, Lubiana, Budapest oggi sono così cambiate tanto da poter essere veramente definite europee.

I paesi dell’area mediterranea e meridionale come il Portogallo e la Grecia, paesi che hanno avuto problemi affrontati in maniera diversa tanto che oggi la Grecia, ancora in forti difficoltà, non è comparabile con il Portogallo in crescita anche grazie alle buone relazioni economiche con le sue ex colonie africane.

Infine, le grandi Nazioni: Germania, Francia, Spagna e naturalmente l’Italia.

A volte si ha come l’impressione che l’Europa sia tutta lì chiusa tra Berlino, Parigi, Madrid e Roma, la Merkel, Macron, Conte e il nuovo premier spagnolo Sanchez.

Le polemiche, gli scontri, le sparate sui giornali, sono tutte lì insieme alla volontà costante e pericolosa di dare soddisfazione ai propri elettori nazionali per evitare alla prima elezione utile di perdere se non la premiership qualche punto percentuale.

La tutela ottusa di aziende nazionali, vedi le multinazionali francesi o le automobilistiche tedesche, chiude il quadro.

L’EUROPA COSI’ NON BASTA MEGLIO BRUXELLES DI MOSCA, WASHINGHTON O PECHINO

Oggi l’Europa è questo, ma di sicuro non basta.

Si parla di rischio implosione, di uscita dall’Euro, di frizioni che talvolta sembrano insanabili. La verità è che i destini di tutti i 28 Paesi sono legati tra loro, come lo sono sempre stati da oltre un secolo.

Forse servirà una classe politica nuova, nata e cresciuta in questa Europa, per rendersene pienamente conto.

Da soli i singoli Stati-nazione non possono reggere il confronto con i colossi mondiali, a meno che si torni ad essere asserviti ad una superpotenza o ad un’altra.

E allora meglio auto essere governati da Bruxelles o etero diretti da Washingon o da Mosca se non da Pechino?

Personalmente non ho dubbi:

Meglio l’Europa che abbiamo, un’Unione che può dare il meglio di sé ma che per farlo ha bisogno di unire le sue diversità e i valori dei suoi elementi migliori.

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 2’00’’

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