Questione palestinese. Cercasi giganti visionari.

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di Alberto Aiuto 

Questione palestinese. Cercasi giganti visionari.

 “Voglio trovare un senso a questa storia, anche se questa storia un senso non ce l’ha”, diceva Vasco Rossi. L’inimicizia tra palestinesi ed ebrei si perde nella notte dei tempi.

Nel Libro dei Giudici della Bibbia viene raccontata le storia di Sansone, che, nell’11° secolo a.C. (oltre 3000 anni fa), compie imprese straordinarie per liberare il popolo eletto dai Filistei, da cui prende il nome la regione della Palestina.

Ancora oggi, il cuore del problema è che i due popoli vogliono avere il loro Stato sullo stesso pezzo di terra.

75 anni fa, il 14 maggio 1948, fu proclamato lo stato di Israele, considerato da ebrei, cristiani e musulmani la Terra Promessa menzionata nei testi sacri.

Il nuovo stato nacque in Palestina, da sempre terra di dissidi e divisioni. L’idea originaria prevedeva la costituzione di uno Stato ebraico e di uno arabo, con la città di Gerusalemme posta sotto controllo internazionale.

Quello stesso giorno le armate arabe di Siria, Giordania, Egitto e Iraq attaccarono il paese. Questo non si è mai concretizzato, anche perché ogni volta che le parti si sono in qualche modo avvicinate, i dissidenti si sono attivati per far fallire le trattative.

È evidente che, dopo decenni di lotta tra una parte (Hamas, che da quando è nata persegue esplicitamente la distruzione dello Stato ebraico) e l’altra (Israele che vuole mantenere la propria identità e annientare il potere militare e politico di Hamas), entrambi hanno compiuto atrocità difficilmente giustificabili.

Ormai siamo alla faida, un’antica usanza longobarda che autorizzava la guerra privata tra la parentela della parte lesa e quella della persona ritenuta responsabile del delitto, anche tramite la vendetta di sangue.

La faida dura tuttora in alcune regioni italiane dove la rivalità tra famiglie mafiose (‘ndrine o cosche) comporta numerosi morti, feriti e danneggiamenti per assumere o mantenere il controllo criminale su un determinato territorio.

Questione palestinese. “Give peace a chance” (John Lennon)

Questione PalestinesePer superare l’impasse, occorre trascendere il peso di un passato che non può essere cambiato e che pende come una spada di Damocle sulla testa di ogni nuova generazione.

Serve una visione, ma soprattutto urgono visionari, capaci di guardare in faccia il futuro grazie alla lettura e alla consapevolezza del passato, dotati di uno sguardo creativo (inteso come sintesi di fantasia e concretezza), e, appunto, visionario.

C’è qualcuno in grado di indicare una qualche organizzazione con un’autorevolezza tale da suggerire/imporre una soluzione accettabile dalle due parti? Totò avrebbe chiesto al “ghisa” di turno: “Excuse me, bitte schòn… Noio … volevàn savoir, per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare? Sa, è una semplice informazione”.

In questo caso, la storia ci ricorda un paio di situazioni esemplari. In India e Sudafrica (entrambe dominate a lungo dall’Inghilterra) lo status quo fu superato grazie all’azione di due giganti visionari:

Ghandi e Mandela. L’India raggiunse l’indipendenza nel 1947, sotto la leadership del Mahatma Gandhi, che contrappose ai metodi terroristici delle frange più radicali del movimento nazionalista, il ricorso a forme di lotta ispirate ai principi della non violenza, della resistenza passiva e della disobbedienza civile.

Ghandi non vinse mai il premio Nobel per la pace anche se lo sfiorò 5 volte (nel 1937, 1938, 1939, nel 1947 e nel 1948).

Nel Sudafrica, Nelson Mandela, all’inizio fautore della lotta armata, abbracciò il sistema del dialogo, nonostante vari decenni di carcere, smantellando così l’intero sistema dell’apartheid. Il giorno della sua liberazione (11 febbraio 1990), Mandela tenne un memorabile discorso dal Municipio di Città del Capo con cui invitò i suoi compatrioti a rinunciare alla violenza vendicativa in favore di un processo di riconciliazione e pacificazione.

Nel 1993, insieme al presidente Frederik Willem de Klerk, ricevette il premio Nobel per la pace, per l’impegno profuso nella lotta pacifica all’apartheid.

Questione palestinese. Un linguaggio a senso unico

Questione palestinesePurtroppo oggi il linguaggio e la pratica della guerra avvelenano la questione palestinese, infiammano i conflitti identitari in forme sempre più esplosive, alimentano i fondamentalismi e rendono infinita la spirale dell’odio e della vendetta.

Le TV, a reti unificate, solleticando l’emotività di ciascuno di noi, ci propongono solo immagini di distruzione e numeri di morti.

Abbiamo appreso con raccapriccio che a Gaza, la metà dei morti sono bambini, che, guarda caso, rappresentano il 47% della popolazione; mi chiedo dov’è la notizia?

Apparentemente nel mondo reale non esiste altra soluzione che le armi. Viceversa è il momento in cui le menti più intelligenti, dotate di una visione, dovrebbero essere al lavoro per mettere fine a questi massacri e definire una volta per tutte la “questione israelo-palestinese”.

Chissà che la soluzione, forse non semplice ma che ha già dimostrato la sua validità, non sia proprio il metodo della non violenza. You may say I am a dreamer  ……

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 3’00”

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