Tutta colpa della pandemia

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di Gaetano Buompane

Non sopporto il mio cane, ma ciò è inevitabile perché il mio cane è obiettivamente un tipo insopportabile.

È un opportunista, un ladruncolo, è geloso, esigente, pigro, mangia rumorosamente, praticamente si ingozza. Ama inzaccherarsi, sembra farlo per dispetto, poi si gigioneggia, mi provoca.

Purtroppo mi è capitato tra capo e collo, per il desiderio di mia figlia di avere un cucciolo in un momento abbastanza delicato di inizio lockdown in cui ci è sembrata un’ottima idea accontentarla.

Come dire, in un altro momento assolutamente niente mi avrebbe fatto acconsentire ad avere un cane, sarei stato irremovibile, anche perché era chiaro fin da subito chi avrebbe dovuto prendersi l’incarico di accudirlo appena non sarebbe più sembrato un peluche. Tutta colpa della pandemia. Ormai ce lo ripetiamo un po’ per tutto ciò che non va per il verso giusto. E così via, la tirannia mascherata da Democrazia, i complotti, George Orwell che continua ad essere così incredibilmente attuale, i cinesi, che se non fossero andati a rompere le scatole ai pipistrelli nelle caverne a quest’ora saremmo tutti felici e senza problemi. Tutta colpa della pandemia.

È tanto liberatorio, non è vero? Come si fa a non avere qualcosa su cui scaricare le proprie frustrazioni? Non è umano. Io, ad esempio, sono uno di quelli che affibbia colpe a destra e a manca, mi faccio il sangue amaro.

Poi ho scoperto, non del tutto casualmente, che non è proprio il massimo della salute.

Pare che le colpe non stiano tanto negli altri quanto in noi stessi, nelle nostre scelte e nelle nostre azioni. È uno dei punti fondamentali di chi ha scoperto la ricetta della felicità.

Ce ne sono a centinaia, scrittori, viaggiatori, attori, sportivi, preti, ex imprenditori, gente che “beati loro” sono finalmente in pace con se stessi e ci tengono un casino a condividere la propria esperienza con gli altri; che poi saremmo noi, quelli ancora impantanati in un “Io” che non è quello vero, ma costruito a immagine e somiglianza di una società che, mettiamola così, non agisce in modo del tutto disinteressato.

La solita storia della linea retta per raggiungere due punti: è la via più veloce, ma nonostante ci spingano tutti quanti a percorrerla lo sappiamo bene non sia necessariamente la migliore. Eppure ci dev’essere stato un momento nella nostra vita in cui ce lo siamo scordati, o ce lo hanno fatto colpevolmente dimenticare, e quel miraggio continua a fregarci, invece della realtà continua a proporci un’immagine irraggiungibile.

A parte alcune differenze, gli eletti che hanno conquistato la serenità cosmica o, a seconda di come si osservi la vita, coloro i quali sfuggiranno certamente alle complicazioni di un’ulcera perforata, sono concordi in alcuni punti fondamentali: liberarsi del superfluo, circondarsi di persone che ci facciano stare bene, abbandonarsi all’amore, soprattutto per noi stessi, e vivere il presente senza condannarsi per gli errori commessi.

Nei momenti difficili, di crisi, in cui tutto sembra andare a rotoli, questi sono gli autori che vanno per la maggiore e io, come immagino molti di voi, in questo momento della mia vita sono particolarmente vulnerabile. Perciò li ho letti un po’ tutti.

Di uno in particolare, l’attore Matthew McConaughey, mi ha colpito il suo concetto di “processo di eliminazione”, secondo il quale sapere “chi non si è” viene prima del sapere “chi si è”. Ossia, non dobbiamo farci ossessionare da chi siamo quanto cercare di definire chi non vogliamo essere. In sostanza è il modo migliore per unire due punti, e non il più rapido.

Mi sono avvicinato alla finestra come faccio di solito per riflettere e ho visto il mio cane sdraiato, pareva triste, col muso tra le zampe.

Più che darmi una soluzione da seguire McConaughey mi ha fatto pensare a quanto sarebbe complicato liberarsi di ciò che seppur inutile ci fa sentire sicuri, di abbandonare la nostra zona di conforto, cambiare vita, lasciarsi andare all’amore della vita. Probabilmente vorrebbe dire sperimentare un periodo di profonda solitudine prima di sperare di trovare quella tanto anelata serenità. Come biasimare chi non ne sarebbe capace?

Per distrarmi da quel pensiero sono uscito, ho chiamato il cane e ho fatto con lui una lunga passeggiata, percorrendo la via più tortuosa. E chissà perché, improvvisamente, il mio amico non mi è più sembrato così tanto insopportabile.

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Foto da Pixabay

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