Uno schiaffo da Oscar

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di Gaetano Buompane

C’è stato un periodo nella mia vita in cui un tipo mi faceva arrabbiare di brutto. Quando lo incontravo mi mandava su tutte le furie e immediatamente iniziavano a prudermi le mani.

Non ricordo molto bene che cosa facesse per irritarmi così tanto, fatto sta che il mio volto si stravolgeva in una smorfia di rabbia e odio e con questi sentimenti mi avvicinavo a lui minaccioso.

Irrigidivo le dita delle mani e caricavo il braccio con una leggera torsione del busto pronto a sferrargli una sberla con l’intenzione di colpirlo dritto in faccia.

Siccome le mie sventole sono come quelle di Bud Spencer che ti sollevano da terra e ti fanno fare la capriola, lo immaginavo già stramazzare per terra chiedendo perdono e scusarsi per tutto il male chi mi aveva procurato.

Solo che, con mio grande disappunto, accadeva ogni volta la stessa fastidiosissima cosa: improvvisamente mi mancava la forza.

Il colpo, semplicemente, non partiva. Il gesto violento rimaneva nelle intenzioni e il braccio diventava pesante, stanco e floscio.

Tentavo di concentrarmi il più possibile per liberarlo da quel congelamento muscolare, ma senza successo. E se riuscivo, il movimento era fiacco, quasi impercettibile, totalmente inoffensivo.

Il mio nemico, così, aveva tutto il tempo di fuggire, ma il più delle volte rimaneva impassibile a guardare il mio dramma consumarsi lentamente. Sempre percepivo nel suo sguardo una certa sordida soddisfazione che me lo faceva odiare ancora di più.

È proprio qui che in genere mi svegliavo, spossato e frustrato, ma sollevato non appena mi rendevo conto che era stato solo un sogno, il solito maledetto sogno.

Non ci vuole certo Freud per capire che cosa mi stesse succedendo. Il significato di quel sogno è chiaro e lampante.

Senza bisogno che vi mettiate lì ad interpretarlo vi dico io che diavolo avessi.

In poche parole ciò che capita spesso a molti uomini. Rabbia repressa per una vita di continue insoddisfazioni.

Quella voglia di menare le mani faceva parte anche della mia vita quotidiana e spesso avevo una gran voglia di fermare il primo che mi fosse capitato sotto tiro per dargli due ceffoni.

Oppure, improvvisamente, speravo che qualcuno scatenasse una rissa per buttarmici nel mezzo.

Avete presente Trainspotting quando Begbie ne provoca una in maniera totalmente gratuita buttando un boccale di birra giù da un mezzanino di un pub? Ecco.

Ma la mia più grande soddisfazione sarebbe stata quella di essere catapultato in una situazione tipo film con Bud Spencer e Terence Hill, dove i conflitti sono risolti con schiaffoni, sberle sulle orecchie, manrovesci, scapaccioni da far rintronare il cervello.

Pensate che bello, lo sganascione come immediata soluzione contro i soprusi, le cattiverie, le ingiustizie della vita e perché no, la rabbia repressa.

Non ha in sé la violenza del pugno, che provoca ematomi, sanguinamenti, traumi eccessivi, che rimanda simbolicamente a ideali di lotta, di rivolta, di resistenza, di morte.

No, il ceffone è catartico, libera dalle angosce del subcosciente e contiene nel suo gesto un significato di insegnamento.

Uno schiaffo, alle volte, è meglio di mille parole. Lascia a bocca aperta chi lo riceve, brucia sulla pelle e nell’anima.

A parte il sentimento di profonda condanna per l’atto in sé, oppure se usato in maniera ingiustificata o su persone deboli ed indifese, chi lo dà in genere sta dalla parte della ragione, chi lo riceve dalla parte del torto.

Lo sberlone in mondovisione alla notte degli Oscar mi ha fatto ricordare quell’incubo ricorrente in cui il mio braccio non aveva forza e il mio ceffone rimaneva congelato nelle intenzioni.

Come per un film ben interpretato e con una storia avvincente, mi sono identificato immediatamente nell’eroe e quando si è avvicinato, ha caricato il braccio e poi ha mollato lo schiaffone al suo nemico, non so voi, ma io l’ho trovato così tanto liberatorio.

Gaetano Buompane

Tempo di lettura: 2’40”

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