IL CASO MORO E QUEI TRISTI FUNEREI ANNI DI PIOMBO

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Gli anni di piombo

L’anniversario dei 40 anni del caso Moro ci hanno offerto una sorta di celebrazione mediatica che su giornali, web e tv ha riaperto la ferita mai rimarginata di quegli anni non a caso ribattezzati ” anni di piombo “.

Anni culminati col sequestro del Presidente della Democrazia Cristiana e la strage dei carabinieri e dei poliziotti della sua scorta in via Fani a Roma.

In molti si ricordano quel giorno.

Chi l’ha vissuto quel 16 marzo 1978, specialmente se viveva nella Capitale, rammenta dove si trovava quando arrivò la notizia, cosa stava facendo e cosa accadde nelle ore successive. Io ero a scuola, alle superiori, avevo 14 anni e ricordo che dopo aver dato la notizia in classe ci fecero uscire e andare a casa.

La città sembrava impazzita:

La attraversai in autobus e poi in macchina con i miei genitori, tra le sirene della polizia, i posti di blocco, la confusione e quell’atmosfera di totale incertezza che solo nei gravi momenti di vita collettiva è possibile cogliere.

Quell’atmosfera andò avanti anche nei giorni successivi e drammatici quelle delle ricerche dello statista, dei covi delle Brigate Rosse, che sembravano onnipresenti e invincibili.

Immagini che non si scordano:

Di via Fani, oltre le auto crivellate di colpi, ricordo un poliziotto sdraiato a terra, la pistola sull’asfalto, le braccia aperte come un Cristo, un Cristo sacrificato non si sa bene a cosa ma in una posa così drammatica da sembrare irreale.

Un’immagine forte anche se meno potente della foto stampata sui giornali di Moro prigioniero nel covo dei brigatisti o ancora peggio di quella del suo corpo piegato nel portabagagli della Renault rossa fatta ritrovare in via Caetani a pochi passi dalla sede del PCI.

LA MEMORIA DI QUEGLI ANNI DI PIOMBO

Strana cosa la memoria. Il ricordo successivo è quello di un Carabiniere che ferma l’auto su cui viaggiavo con mia madre. La mitraglietta che gli tremava tra le mani mentre ci chiedeva i documenti.

O quello di un poliziotto che a Roma, in centro, dove ero andato per assistere a una manifestazione, mi puntò la pistola perché voleva vedere cosa portavo nella borsa di cuoio dei libri di scuola.

E Ancora le scritte sui muri.

Le assemblee a scuola con gli inutili dibattiti semipermanenti su quello che stava accadendo, i compagni con la copia di Lotta Continua nella tasca della giacca di renna e i fasci con i Rayban piegati e i camperos, gli stivali di cuoio.

Il ricordo di come ci si vestiva in base all’ideologia politica è il più forte di tutti.

Le ragazze di sinistra con i maglioni di alpaca alla peruviana e i poncho e quelle di destra con i jeans stretti e gli immancabili stivali di cuoio. Intanto intorno una sorta di guerra continuava sulla spinta delle azioni terroristiche.

Sui muri campeggiavano le scritte di un fronte e dell’altro mentre anche il terrorismo si tingeva di nero con i NAR i nuclei armati rivoluzionari di destra autori, nel 1981, a pochi chilometri da dove abitavo dell’omicidio di un ufficiale dell’antiterrorismo crivellato a colpi di mitra nell’auto di servizio insieme al suo autista.

GLI ANNI ’70 TRISTI E BUI DEL TERRORISMO

Roma all’epoca aveva un’aria mesta, triste, infelice e buia nonostante gli adolescenti tendano a vedere tutto rosa e io ero un adolescente. Si andava a ballare nelle discoteche in centro la disco music degli anni 70, si ascoltavano le radio “libere”, si flirtava con le liceali della scuola vicina, si andava avanti a studiare, almeno chi ne aveva voglia.

Però ogni tanto vedevi cose che risvegliavano questo senso di tristezza.

Un ragazzo messo in mezzo all’uscita dalla metropolitana, steso a terra mentre in quattro lo prendevano a calci perché da come era vestito si capiva che era un compagno. Le minacce dei capetti vigliacchi di entrambe le parti che si facevano forti della forza del gruppo. I bar e i posti da evitare perché pericolosi.

Ogni tanto c’era un corteo.

Una scusa per non entrare in classe, e qualcuno poi finiva nei furgoni della polizia magari dopo qualche cazzotto o sganassone propedeutici all’identificazione in Questura. Di quelli che iniziavano così qualcuno andava oltre e magari a scuola ti faceva vedere una pistola nascosta in borsa con i libri non si capiva per farci cosa o colpire chi.

Qualcuno faceva sul serio.

Magari avrebbe scritto una carriera da criminale politico negli anni successivi, altri si davano un tono in quel modo e quegli anni che dividevano e mettevano contro ragazzi che avrebbero dovuto fare altre cose che non pestarsi o peggio. Una volta su un muro ho visto una scritta che diceva: “Basta con le sprangate…spariamoci”. Era lo spirito di quegli anni che non amo ricordare e che di bello hanno avuto veramente poco.

I PROFETI DELLA LOTTA ARMATA IN TV

Forse anche per questo rivedere a distanza di 40 anni in tv le interviste ai profeti degli anni di piombo, quelli che facevano sul serio e sparavano, i terroristi dissociati e non, con la Faranda a chiarire la cronaca del massacro di via Fani, o sapere che Barbara Balzerani nel giorno dell’anniversario presentava il suo libro, da ancora più fastidio.

Questa gente, ormai uscita di galera, fa parte di quegli anni di piombo, tristi, funerei e bui.

Se un ricordo commosso può essere speso va certamente alle loro vittime. Loro non vanno dimenticati, mai perché col loro sacrificio sono entrati nella nostra Storia.

Gli altri, invece, quelli della lotta armata, come tutti i rottami politici di quegli anni e quelli che direttamente e indirettamente li hanno sostenuti, andrebbero non celebrati ma chiusi retoricamente in un sacco e buttati nelle fogne della storia per il male inutile e stolto che hanno fatto a tanta gente e arrecato a tutti gli italiani.

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 1’30”

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