Crisi di mezza età

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di Gaetano Buompane

Nel maggio del 1994, a vent’anni, il mio unico pensiero era rivolto all’esame di maturità.

Un chiodo fisso, un tormento come immagino lo sia stato per tantissimi altri, ma in certi momenti della vita è obiettivamente complicato provare compassione verso il prossimo e un dramma comune lo si percepisce come solo nostro.

In fondo il passaggio alla vita adulta è una tragedia privata, un’intima sofferenza, significa doversi confrontare per la prima volta con le proprie insicurezze e trovare il coraggio per superarle.

Eppure, gli indizi che oltre i banchi di scuola la vita sarebbe stata molto più complicata del previsto e che rendevano puerili quelle ultime paure adolescenziali, erano ben evidenti.

Il 19 marzo don Giuseppe Diana era stato ammazzato a Casal di Principe a causa del suo impegno civile e religioso contro la camorra, omicidio che metteva nuovamente in luce un dramma sociale probabilmente impossibile da sanare, un cancro che si è poi scoperto profondo ed esteso, ben oltre alcuni confini territoriali.

Il giorno dopo, a Mogadiscio, la giornalista del TG3 Ilaria Alpi era stata assassinata insieme all’operatore Miran Hrovatin per aver infilato il naso in una storiaccia di traffico di armi e rifiuti tossici, roba da far accapponare la pelle, una vicenda nella quale erano coinvolti persino i servizi segreti italiani.

Il 7 aprile, poi, era scoppiato il genocidio in Ruanda, uno degli episodi più sconvolgenti e sanguinosi della storia del XX secolo, il massacro sistematico di circa 800.000 persone appartenenti all’etnia Tutsi per causa dell’odio interetnico con gli Hutu.

Insomma, il mondo là fuori era pericoloso e molto più complesso di quanto potessi immaginare. Non sarebbe bastato superare quell’esame e andare dietro ai miei sogni.

Tanto più che il 10 maggio, con l’insediamento del primo governo Berlusconi, eravamo entrati di fatto nella Seconda Repubblica.

Dopo 27 anni mi ritrovo a fare i conti con la crisi di mezza età, a domandarmi se ho fatto scelte sbagliate, se ho veramente vissuto la mia vita o se mi sono lasciato condizionare dagli eventi.

Con la morte di Kurt Cobain avvenuta il 5 aprile, se n’era andato anche l’ultimo pezzetto della nostra ribellione giovanile.

Ci sentimmo improvvisamente orfani.

Noi figli, anzi, fratelli del grunge, che per soffocare il dolore non saremmo mai passati ad ascoltare i Pearl Jam, preferimmo crescere subito e affrontare la vita forse nel modo più sbagliato, turandoci il naso.

La generazione che ci ha preceduti ha sicuramente fatto i suoi errori, costringendo, ad esempio, i migliori cervelli alla fuga verso altri Paesi.

Ma noi, quelli rimasti, abbiamo accettato supinamente un’agonia perenne dove bisogna che tutto cambi perché rimanga tutto com’è.

Nell’anno di Dante, a 700 anni dalla sua morte, mi viene da pensare alla diritta via che egli, nel mezzo del cammino della sua vita, aveva smarrito.

E penso che, dopotutto, la mia via non l’ho smarrita, la sto ancora cercando.

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Foto da pixabay

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