Quando sentiamo la parola scheletro, la prima cosa a cui pensiamo è l’apparato scheletrico umano composto da 206 ossa, le cui funzioni principali sono di sostegno e protezione di parti molli e delicate, come la scatola cranica e la gabbia toracica.
Non ci viene mai in mente, neanche quando mangiamo i gamberi o le ostriche, che anche questi animali invertebrati (il 97% delle specie esistenti) posseggono uno scheletro sia pure esterno, ovvero un esoscheletro.
Si calcola che Madre Natura abbia “inventato” i primi esoscheletri all’inizio del Periodo cambriano (500 milioni di anni fa).
Oggi, grazie alla moderna ingegneria biomedica, la medicina ha iniziato ad applicare questa invenzione per aiutare i disabili che hanno perso il controllo di alcune parti del corpo, anzi è andata oltre.
La lesione midollare è la conseguenza di traumi spinali con un deficit totale o parziale di varie funzioni come mobilità e sensibilità ed è tra le patologie più invalidanti che colpiscono in media pazienti giovani (29 anni).
In Italia l’incidenza della lesione midollare è di circa 18/20 nuovi casi l’anno per 1.000 abitanti.
Queste lesioni rappresentano un importante problema sanitario e sociale, a causa della loro gravità e irreversibilità.
La scelta dell’utilizzo degli esoscheletri è motivata dalle possibilità offerte da questi strumenti che consente ai pazienti di non utilizzare la sedia a rotelle e mantenere la stazione eretta per la deambulazione.
Ne conseguono aspetti potenzialmente positivi, come il miglioramento non solo dell’autonomia ma anche della funzione degli organi interni e quindi dello stato di salute generale.
I primi esoscheletri, sviluppati imitando quelli animali; sono apparsi negli anni ’60, ma solo da pochi anni sono stati messi a punto anche nuovi dispositivi che trovano numerose e crescenti applicazioni
Nel 2014 il calcio d’apertura dei mondiali in Brasile è stato dato da un paziente paraplegico, attraverso un esoscheletro robotico controllato con una interfaccia cervello-macchina.
Ma ormai anche quello che sembrava un modello rivoluzionario è diventato obsoleto.
Gli attuali modelli utilizzano rilevatori degli impulsi elettrici che registrano gli impulsi neurali o neuromuscolari dell’operatore e li trasmettono a dispositivi automatici in grado di far arrivare lo stimolo a valle della lesione. Insomma l’evoluzione della specie sta permettendo a migliaia di persone di affrontare con più facilità le conseguenze di lesioni spinali, ictus e problemi neurologici.
Esoscheletro. Un passo in avanti significativo
È di alcuni giorni fa la notizia di un’importante ricerca (pubblicata sulla rivista Nature Medicine), legata ad una tecnica semi-invasiva che utilizza i segnali cerebrali.
Michel Roccati, che era rimasto paralizzato dopo un incidente in moto nel 2017, oggi può camminare, salire le scale e nuotare.
Per ora il comando volontario del paziente passa attraverso un tablet che funge da “cervello” e stimola il movimento ma l’obiettivo è un “by-pass wireless” capace di raccogliere gli impulsi elettrici nel cervello e inviarli a un chip impiantato nel midollo, “scavalcando” la lesione spinale.
Le tappe sono state molto impegnative: dapprima sono stati impiantati elettrodi nella colonna vertebrale e un dispositivo nell’addome che raccoglie i dati in arrivo dal tablet.
Successivamente, dopo un solo giorno di addestramento, Michel ha cominciato a muovere i primi passi.
All’inizio era sostenuto da un’imbracatura che lo aiutava a sostenersi.
Oggi è completamente libero, ha recuperato il 50% del tono muscolare ed è in grado di alzarsi, camminare, salire e scendere le scale, nuotare e punta, in primavera, a percorrere almeno un chilometro.
Il sistema rappresenta un importante passo avanti, anche se i ricercatori sottolineano che la tecnologia è ancora troppo complicata per essere utilizzata nella vita di tutti i giorni, anche se già potrebbe migliorare la qualità della vita.
Ovviamente la vera guarigione richiederebbe la rigenerazione del midollo spinale, possibile con terapie con cellule staminali, che sono ancora in una fase molto iniziale della ricerca.
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