Il caso George Floyd e la irrisolta questione razziale nel mondo

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di Claudio Razeto

Quello che sta accadendo nel mondo dopo l’assurda morte di George Floyd è a dir poco paradossale.

Invece di condannare i poliziotti autori di un simile abuso di potere, si assaltano monumenti ritenuti simbolo di personaggi che oggi vengono accusati di razzismo.

Cristoforo Colombo, il Presidente della Confederazione sudista Jefferson Davis, persino Winston Churchill sono stati alcuni dei simboli presi d’assalto dai dimostranti riuniti sotto l’hashtag “blacklivesmatter”.

È scontato, per tutte le persone di normale intelligenza, che le vite contano. Indipendentemente dal colore della pelle.

Siamo tutti homo sapiens e nemmeno di pura “razza” viste le commistioni genetiche col

Neanderthal ma anche con altri ominidi.

Ecco forse la parola razza è il vero problema.

Un termine che si adatta ai cani e ad altri animali ma che è ormai – giustamente – inapplicabile e impronunciabile se riferito agli esseri umani. Il suo uso può essere zootecnico ma non è applicabile a popolazioni e a genti.

Il concetto di razza nasce e si rafforza quando l’Occidente inizia a conquistare i territori extraeuropei in Africa e in America, scambiata da Colombo per le favoleggiate Indie.

Per giustificare la sottomissione di intere comunità locali, la cultura del tempo, considerò il livello delle potenze coloniali europee, come il punto di arrivo di ogni civiltà.

Quelle “diverse”, erano inferiori. Indios, indiani, indigeni.

Da lì a definirli selvaggi, seppure “buoni”, il passo fu breve. Dividerli per razze fu il passo successivo.

Mettendo chiaramente quella bianca, in cima alla piramide razziale.

Con la forza dei fucili e dei cannoni. Ma anche degli intellettuali e studiosi dell’epoca.

Una razza padrona che non solo aveva il diritto di dominare tribù, clan, gruppi sociali. Ma anche di educarli. Convertirli. Farli diventare simili ai “bianchi”. Ma mai uguali.

Sempre una spanna sotto, anche se si trattava di persone che avevano studiato in scuole occidentali o avevano raggiunto un rango più elevato dei loro stessi connazionali.

Come Gandhi che di professione faceva l’avvocato.

Il colonialismo fu l’apice di questa occupazione militare ed economica.

Ma in realtà il fenomeno era iniziato molto tempo prima.

I più forti hanno sempre dominato sui più deboli.

Anche fra gli Atzechi e i Maya. Fra i Tartari e i Cinesi.

Fra gli Indiani d’America e le varie tribù.

Fin dal Medioevo. Fin dall’antichità.

I Greci dei tempi di Omero chiamavano Barbari, tutti quelli che non erano cittadini delle Polis. Gli stranieri, coloro che non parlavano bene il greco.

I Romani antichi, che sottomisero tutto quello che poterono, usavano lo stesso termine per indicare popoli che non riuscirono ad assoggettare. Gli stessi che dopo secoli causarono la caduta di Roma.

I romani non erano razzisti. Una volta diventato cittadino, senza alcun riferimento all’origine etnica, qualsiasi individuo, persino un ex schiavo, poteva vantare tutti i diritti di un “cives”.

Compreso quello di non essere torturato in caso di processo.

Nella Roma antica succedevano cose turpi, nonostante le leggi dello Iuris civilis.

Omicidi, matricidi, uxoricidi. La pena di morte poteva colpire chiunque.

Però esistevano dei diritti. Rispettati.

È anacronistico pensare quanto, i Romani di oltre 2000 anni fa, fossero comunque avanti rispetto a molti Paesi di oggi.

E non parliamo di brutali regimi mediorientali o sudamericani del passato. Ma degli Stati Uniti d’America.

Un simbolo, per certi versi, di libertà, tolleranza, cultura.

Nel caso George Floyd, un poliziotto  durante un fermo, ha commesso una violenza paragonabile a tortura, contro un cittadino americano.

Se Floyd fosse stato un cittadino romano, avrebbe avuto una maggiore tutela dei suoi diritti.

Gli Americani hanno sempre ammirato l’antica Roma. Nelle università, nelle scuole, persino nelle accademie militari se ne studiano le vicende politiche, sociali e militari.

Eppure le forze di Polizia americane sono famose in tutto il mondo per numerosi episodi di violenza ingiustificata e violazioni dei diritti civili.

Questo a scapito non di terribili criminali, ma di privati cittadini arrestati per piccoli reati o per semplici sospetti.

Persino essere fermati per eccesso di velocità, negli Usa, è un’esperienza inquietante.

To protect and to serve, proteggere e servire.

È il motto della Polizia di Los Angeles e di altre forze di pubblica sicurezza statunitensi.
Proteggere i cittadini e servire la comunità.

Nel caso George Floyd, l’agente Dereck Chauvin ufficiale di polizia di Minneapolis, non solo non ha protetto il cittadino ma lo ha addirittura ucciso. Soffocandolo brutalmente.

Il video e le immagini di questa morte assurda, hanno fatto il giro del mondo e scatenato manifestazioni e sommosse. Non solo negli Usa ma in tutto il mondo.

Sotto gli hashtag #Black Lives Matter  (levitedeinericontano) e lo slogan “I can’t breathe“ (non posso respirare), le ultime parole di Floyd assassinato, migliaia di persone sono scese in piazza.

Per contestare il razzismo e le discriminazioni.

A Berlino, Londra, Parigi e anche in Italia.

Si sono anche aperti dibattiti sulla questione razziale in molti di questi paesi, generando spaccature, divisioni e dibattiti.

In America la polizia si è addirittura schierata con i dimostranti.

Ma in alcune città ci sono stati dei morti.

C’è chi con la scusa di protestare, ha distrutto vetrine e saccheggiato negozi.

E la polizia americana, sempre col dito sul grilletto, ha sparato ancora.

Anche se l’agente di polizia che ha ucciso Floyd, è stato accusato di omicidio e verrà processato.

La deriva che ha preso la contestazione globale, ha seguito la illogica filosofia da social media. Fomentata dal web.

L’ignoranza ha preso il controllo. Il populismo ha fatto il resto anche a cavallo di qualche politico e personaggi a caccia di like su Facebook e Twitter.

Incitazione all’odio, accuse di razzismo, fascismo, nazismo e via dicendo.

I desk dipei social media hanno iniziato a cancellare video, pagine e post perché “incitano all’odio”. Colpendo dove capitava.

Gli hashtag si sono moltiplicati e la protesta è passata dal virtuale al rwale, arrivando a  colpire i monumenti eretti in omaggio a personaggi del passato.

Compreso il povero Indro Montanelli colpevole di aver avuto come “fidanzata” una bella Abissina ai tempi della guerra di Etiopia.

Senza pensare che, sicuramente, fecero peggio certi militari fascisti, come Rodolfo Graziani, che sugli etiopi ordinarono bombardamenti col gas.

O alle masse che giusto 80 anni fa inneggiavano, a piazza Venezia a Roma, Mussolini e l’inizio della sciagurata guerra fascista.

In America è toccata ai busti Sudisti e a Cristoforo Colombo. Imbrattati, rovesciati, persino buttati a fiume. In una sorta di processo post mortem, un linciaggio pubblico per colpe presunte, senza processo né giudizio. Nemmeno storico.

Già perché qui la Storia, il suo studio, c’entra poco.

Valutare personaggi vissuti centinaia o migliaia di anni fa, fuori dal loro contesto, in base al pensiero dei nostri tempi, è l’errore che commette chi vuole strumentalizzare la storia.

Non studiarla. A queste persone, che pontificano senza aver sfogliato un libro, bisognerebbe consigliare di informarsi prima di parlare.

Quello sulla razza, la pulizia etnica, la supremazia vantata da un’etnia sull’altra, è un discorso lungo che affonda le sue radici nell’antichità.

Persino il cristiano Carlo Magno fece strage di pagani, in nord Europa, nel medioevo.
Una Crociata, quella contro gli Albigesi, fu proclamata da un Papa cristiano contro altri cristiani eretici, in Francia nel 200.

I Catari vennero massacrati, donne e bambini compresi.

La riduzione in schiavitù, invece, è antica quanto la storia dell’uomo.

Dai prigionieri di guerra alle popolazioni sottomesse e razziate.

Dai babilonesi ai pirati Saraceni, dai Vichinghi ai cavalieri Teutonici nell’Est europeo.

La schiavitù è stata il motore e il modello economico di moltissime società.

Fino al 700. La tratta degli schiavi africani, era condotta da negrieri musulmani. Arabi che catturavano indigeni nell’interno del continente nero, per rivenderli in veri e propri empori commerciali sulla costa.

Gli acquirenti erano occidentali. Inglesi, olandesi, francesi, belgi. Buoni cristiani fecero i soldi con la tratta di esseri umani.

Uomini, donne e bambini venivano venduti ai proprietari delle piantagioni nel nuovo mondo.

I neri considerati migliori degli asiatici perché più forti e resistenti.
La guerra civile americana, combattuta formalmente per abolire la schiavitù dei Confederati, scoppiò nel 1861 e finì con la vittoria dell’Unione antischiavista, poco più di 150 anni fa.

Prima gli afroamericani, erano costretti a raccogliere cotone nei campi dell’Alabama della Georgia e degli altri Stati del Sud.

Dalle ceneri del Sud sconfitto nacque il Ku Klux Klan, che rievocava i fantasmi dei cavalleggeri confederati, e il segregazionismo, combattuto da JF Kennedy suo fratello Bob e dai Liberal americani.

Soldati di colore hanno combattuto in tutti questi decenni.
Per i diritti civili. Ma anche per lo zio Sam e gli Usa, per il loro paese, contro i pellerossa, e i confederati, dai campi di battaglia europei del 1918 a quelli contro i nazifascisti nel 44, dalla Corea al Vietnam, dall’Iraq all’Afghanistan.

Ogni gradino salito nella società americana è stato pagato col lavoro e col sangue.
La dichiarazione dei diritti dell’uomo, che sancì definitivamente l’illegalità della riduzione in schiavitù, è del 1948, solo 72 anni fa.

Dobbiamo ancora imparare. Ma studiando la storia.

Non strumentalizzandola.

Una storia che cambia continuamente. Come altre scienze.

Grazie alla ricerca, alla scoperta di documenti e testimonianze.

Non ai social e alle prese di posizione aprioristiche e fatte di luoghi comuni.

Se studi o ti interessi dell’epoca dei fascismi o dei nazionalismi, non sei necessariamente fascista.

Non sei per forza comunista se ti interessa sapere cosa è accaduto durante la Rivoluzione russa.

Se leggi libri di religione, non sempre ti farai prete o monaco buddista.

La divulgazione culturale ha fatto un grande servizio a tutti noi, rendendo più semplici e addirittura avvincenti, certe materie come le scienze, la psicologia, la sociologia e anche la Storia, con la S maiuscola.

Uscite dalle aule accademiche molte discipline si sono rese accessibili a tutti.

Rendendoci più informati, se lo vogliamo, e più liberi. Consapevoli.

Anche con film, documentari, fiction.

Più o meno aderenti alla storia vera o verosimile.

Ma i libri seri – come altre ricostruzioni – non esprimono solo opinioni, magari raffazzonate, su cui farsi una guerra. Magari a colpi di insulti sui social.

Autori ce ne sono di tutti i tipi.

I libri scritti male come i film di propaganda, revisionisti o no, come quelli ben fatti, ci sono sempre stati.

Basta non leggerli o guardarli. Siamo liberi.

Anche di fare stupidaggini.

Così come imbrattare o buttare giù monumenti. Non serve a niente.

Non cambia il passato. Ma peggiora il futuro.

Porta altra rabbia dove la rabbia, anche per certe ingiustizie, c’è già.

George Floyd, come i tanti uomini e donne, schiacciati dalla stupidità umana, non torneranno a vivere. Anzi sarebbe come ucciderli ancora.

Esseri umani, nostri pari che volevano un mondo migliore, in cui non è il colore della pelle, ma l’intelligenza, la tolleranza, la volontà di pace a fare la differenza.

La capacità umana di costruire. Non quella di distruggere.

Siamo tutti uomini, sotto un’unico Cielo, come dice il Tao.
Le vite contano. Tutte.

Indipendentemente dal colore della pelle che è solo una caratteristica somatica da inserire, al massimo, sul passaporto.

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 2’50”

Foto tratta da: http://www.vita.it/it/article/2020/06/01/george-floyd-e-morto-soffocato-dal-razzismo/155686/

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