Immuni o contagiati, all’app l’ardua sentenza

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Immuni o contagiati, all’app l’ardua sentenza

di Alberto Aiuto

Anche se arriva un po’ in ritardo rispetto alle intenzioni iniziali e alle reali necessità di tracciamento, dopo quasi due mesi di rinvii, molte polemiche e problemi tecnici, l’app per monitorare la diffusione del Covid-19, dal nome a metà tra l’augurale e lo scaramantico Immuni, ora può essere usata in tutt’Italia.

La strategia contro il nuovo coronavirus è sintetizzata in tre T:
  • Testare
  • Tracciare
  • Trattare.

Parte integrante di questi imperativi è l’applicazione “Immuni”, attiva dal 15 giugno, che servirà a semplificare il tracciamento dei contatti e ricevere avvisi nel caso in cui si sia entrati in contatto con persone risultate positive al coronavirus, potenzialmente contagiose.

Per la cronaca, la nuova app, non obbligatoria, fu scelta a metà aprile dal commissario straordinario per l’emergenza sanitaria, Domenico Arcuri, che ottimisticamente ne annunciò il varo a distanza di alcune settimane.

Poi, difficoltà legate soprattutto alla privacy, ne hanno rallentato la messa a punto.

Immuni utilizza per la trasmissione di dati la tecnologia Bluetooth, che dunque deve essere sempre in funzione.

L’applicazione genera una chiave alfanumerica, composta da lettere e numeri, sulla base della quale produce un codice identificativo (ID), che viene poi emesso dallo smartphone tramite il Bluetooth per circa 15 minuti.

Alla scadenza dell’ID, Immuni provvede a generarne uno nuovo, sempre legato alla stessa chiave nota solo all’applicazione.

In questo modo diventa praticamente impossibile per un utente malintenzionato risalire a uno specifico smartphone.

Se due telefoni con il Servizio attivo entrano in contatto tra loro (per esempio perché i loro proprietari si trovano a meno di due metri di distanza per almeno 15 minuti) si scambiano in maniera anonima i codici generati automaticamente che restano conservati nella memoria dei dispositivi, senza inviare il dato a nessun altro.

Per capire il grado di rischio di contagio, con un buon grado di approssimazione, l’app è in grado di stimare due informazioni importanti: la distanza e il tempo di “contatto” tra le persone che sono poi risultate positive.

Questi sono dunque i parametri “ufficiali”, al di sotto dei quali aumenta il rischio di contagio.

Ma come funziona “immuni”?

Una persona è in fila ad un supermercato insieme a tante altre (che non conosce).

Dopo 5-10 minuti, entra, fa la spesa, esce.

Sulla strada di casa si ferma al bar per un caffè e poi si siede su una panchina, a debita distanza da un signore che legge un libro.

Il giorno dopo inizia a sentirsi poco bene, ha qualche linea di febbre e difficoltà a respirare, il medico prescrive un tampone per verificare l’eventuale presenza del coronavirus.

Il giorno dopo il test risulta positivo e dunque il medico consiglia l’isolamento a casa, e di segnalare un eventuale peggioramento dei sintomi.

A questo punto è possibile segnalare il caso, previa segnalazione della provincia di residenza e indicativamente del giorno in cui sono apparsi i sintomi.

L’app Immuni verifica l’elenco dei codici di chi è risultato positivo recentemente e controlla eventuali compatibilità con gli ID captati.

Trovata la corrispondenza, viene inviata una notifica verso tutti gli smartphone con cui è entrato in contatto, segnalando il possibile contagio.

Ovviamente nessuno saprà chi è stato “l’untore”, ma saprà di essere stato esposto, di dover usare qualche precauzione in più e di consultare un medico.

L’eventuale successo di Immuni dipenderà soprattutto da quante persone decideranno di utilizzare l’applicazione.

Naturalmente tracciare non basta, servono tamponi e test sierologici e una opportuna terapia, ma questa è un’altra storia.

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 1’30”

Foto tratta da: https://www.corriere.it/tecnologia/20_giugno_12/app-immuni-primi-tre-casi-registrati-liguria-123cb8bc-ace4-11ea-b5f6-e69744c83472.shtml

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