Infezioni ospedaliere: un problema emergente, in qualche caso evitabile.

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di Alberto Aiuto

Infezioni ospedaliere:

Nel 1837, G.G. Belli raccontò un dialogo tra due amici che si incontrano per strada.

Uno dei due ha una cattiva cera e confessa all’altro che non sta molto bene.

Il compare gli suggerisce allora di andare all’ospedale.

La risposta del malato si sintetizza in un verso diventato celebre:

“Ma nun sai ch’a lo spedale ce se more?”.

Parte da lontano la diffidenza nei confronti dei luoghi di cura, ritenuto pericolosi.

Alla fine degli Anni ’40, arrivò in Italia la penicillina, il primo dei “proiettili magici”.

Finalmente non si moriva più per una infezione, anche banale!

Oggi, in un’era in cui pensiamo che tutto sia possibile (uno dei libri di Yuval Harari si intitola “Da uomini a dei”), sempre più spesso, le infezioni sono di nuovo responsabili di numerosi decessi.

Soprattutto quando siamo in ospedale, magari ricoverati per una malattia che nulla ha a che fare con i microrganismi.

Le infezioni ospedaliere: qualche numero.

Si stima che ogni anno in Italia su 9 milioni di ricoverati ci siano tra le 500mila e le 700 mila infezioni ospedaliere, soprattutto infezioni urinarie, seguite da infezioni della ferita chirurgica, polmoniti e sepsi.

Ebbene, circa il 2% dei ricoverati, oltre 10 mila degenti, muore per una infezione contratta in ospedale, ponendoci all’ultimo posto in Europa in una classifica negativa.

Alla base della resistenza antibiotica, c’è stato l’abuso di questi farmaci, spesso prescritti anche quando non servivano.

Fino a qualche anno fa, non era raro assistere ad un colloquio del genere: “Professore, il 12 ha 38 di febbre”; “Suora, gli faccia un antibiotico”.

Questo atteggiamento superficiale ha selezionato germi sempre più resistenti, particolarmente difficili da eradicare, in linea di massima diversi da quelli responsabili delle infezioni comunitarie.

Pochi sanno che la flora batterica ospedaliera sostituisce quella abituale dopo pochi giorni di ricovero. La realtà è che la multi-resistenza si sta diffondendo non solo negli ospedali ma anche sul territorio, nelle case di riposo per anziani, nei centri di lunga degenza.

In attesa che arrivino nuovi antibiotici, che però non saranno sul mercato prima di 4-5 anni, è necessario rinforzare le attuali strategie di contenimento.

Le infezioni ospedaliere: cosa fare

L’adozione routinaria di misure igieniche di base consentirebbe di evitare un’infezione ospedaliera su tre: il lavaggio corretto delle mani degli operatori sanitari (medici, infermieri o altro personale) prima e dopo aver assistito il paziente, le ridurrebbe del 60%.

La presenza e l’uso di un lavandino accanto al letto del paziente è dunque basilare.

Importante è anche il controllo e la pulizia delle suppellettili che il malato ha a disposizione, soprattutto se non si trova in camera singola e ancor peggio se non dispone di un bagno riservato.

Se un paziente, infine, fosse portatore di microrganismi responsabili di possibili gravi infezioni ospedaliere andrebbe obbligatoriamente trasferito in camera singola, e spostato all’interno dell’ospedale con cautela.

Per esempio, se lo si deve portare a fare una Tac bisogna evitare contatti con altri pazienti e considerare che poi tutto dovrebbe essere disinfettato.

È quanto è stato fatto isolando i soggetti con infezioni da Covid-19 in atto (positivi al tampone faringeo), in ospedali e/o reparti Covid per limitarne la diffusione.

Questo atteggiamento dovrebbe spingere le aziende ospedaliere ad adottare scrupolosamente tutte le procedure (previste) e potenziare i servizi di risk management.

Tra l’altro, farlo consentirebbe un notevole risparmio: il costo complessivo dei trattamenti (dovuto ad allungamenti dei tempi di ricovero, all’utilizzo di farmaci più costosi) risulta di oltre un miliardo di euro l’anno. Per non parlare dei costi umani.

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 1’30”

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