Raggi X: Un primato della sanità italiana

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di Alberto Aiuto

Quando il meglio è nemico del bene

Quando facciamo una TAC, ci sottoponiamo senza saperlo (in realtà firmiamo un formale consenso informato), ad una “bomba” di raggi X.

I giapponesi che al momento del lancio della bomba atomica su Hiroshima si trovavano a circa 3 km dall’esplosione ricevettero una dose di radiazioni simile.

L’uso dei raggi X nasce nel 1895, quando il fisico Wilhelm Conrad Röntgen capì la possibilità di usare le radiazioni elettromagnetiche (in particolare i raggi X) in vari ambiti.

Grazie a questa scoperta ricevette, sei anni dopo, il primo Premio Nobel per la fisica.

Oggi il principale campo di utilizzo della radiografia è quello della diagnosi medica, in quanto genera immagini dell’interno del corpo, in particolare mostra la parte studiata con diverse sfumature di bianco e nero, conseguenti al diverso assorbimento delle radiazioni nei vari tessuti. Innegabilmente un aspetto positivo.

Quello negativo è che i raggi X sono radiazioni ionizzanti e quindi comportano un effetto biologico sulle strutture anatomiche che attraversano sono stati infatti classificati come agenti cancerogeni noti: nell’impiego radiologico e tomografico, ma allo stesso tempo uno dei metodi di indagine più utili.

Andrebbero quindi utilizzati con giudizio, per evitare che l’eccesso diagnostico si trasformi in un fattore di rischio.

Ebbene si stima prudenzialmente che in Italia ogni anno vengano eseguite più di 100 milioni di indagini radiografiche e delle sue evoluzioni:

  • tomografie computerizzate (TAC),
  • risonanze magnetiche (RMN),
  • tomografie ad emissione di positroni (PET).

Di fatto, l’Italia è il paese europeo dove si prescrive il maggior numero di indagini diagnostiche, dimenticando che fare radiografie o TAC superflue ci espone a dosi imponenti di radiazioni: non per niente, durante l’esame, i radiologi si proteggono con grembiuli piombati o schermi.

Come conseguenza, si calcola che, entro pochi decenni, il 2% di tutti i tumori maligni sarà dovuto proprio a quanto si fa ora.

Ad esempio, può capitare di fare, in pochi giorni, una risonanza lombo-sacrale più una rx al rachide in toto (2 foto, una frontale e una laterale) a causa di una leggera scoliosi e contemporaneamente una panoramica dentale e una radiografia al cranio per scopo odontoiatrico.

E nessuno si rende conto (né medici, né pazienti) che la somma delle radiazioni aumenta il rischio in modo esponenziale.

Sono tutte realmente necessarie?

Non sarebbe più opportuno che gli esami potenzialmente più “dannosi” (e sicuramente più costosi) fossero effettuati solo dopo accertamenti precedenti che abbiano evidenziato la necessità di controlli più approfonditi?

Questo sarebbe realizzabile diffondendo, applicando e/o imponendo “le linee guida per la diagnostica per immagini”, da seguire con scrupolo già a livello dei Medici di Medicina Generale, con il vantaggio di ridurre il rischio delle radiazioni e di eliminare gli sprechi (ogni esame di diagnostica per immagini costa mediamente 70 euro, complessivamente spendiamo 7 miliardi).

Inoltre, least but not last, si eliminerebbero non solo le liste d’attesa di mesi e il ricorso alle strutture private dove si ottiene la prestazione immediatamente, ma anche gli abituali commenti e arrabbiature:

“Che schifo! Gli ospedali non sono ben organizzati, non lavorano abbastanza, non hanno macchinari sufficienti, e così via”.

Viviamo nel paese degli eccessi: oltre che un uso esagerato di antibiotici, facciamo anche troppe procedure radiologiche.

Alberto Aiuto

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