La globalizzazione al tempo del coronavirus: un bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno?

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di Alberto Aiuto

Quando pensiamo alla globalizzazione possiamo immaginare due scenari.

  • I bambini affamati e malati nelle zone più povere del terzo mondo;
  • i migranti a bordo di un barcone in cerca di un futuro migliore;
  • il riscaldamento planetario;
  • il terrorismo fondamentalista.

Oppure

  • I milioni di persone che hanno trovato un lavoro che li ha strappati alla fame (sia pure sottopagato, per i nostri standard)
  • La diffusione delle stesse conoscenze mediche in tempi rapidissimi anche negli angoli più remoti del mondo (i medici curano le malattie con gli stessi farmaci, grazie ad Internet).
  • Le biotecnologie che sono in procinto di rimodellare le aspettative dell’umanità.

Ei fu.

Conosciamo questo epitaffio scritto per commemorare un famoso defunto.

Oggi, potremmo pronunciare la stessa frase per celebrare una nascita.

Quella di Internet, avvenuta una trentina d’anni fa, una tecnologia che ha contribuito in modo determinato alla nascita della globalizzazione.

Possiamo pensare di ritornare al passato, rifugiandoci nel nazionalismo, un’alternativa dal respiro corto, o in sogni nostalgici sui bei tempi andati, ma poi la realtà prenderà il sopravvento.

Mai la maggior parte degli esseri umani ha goduto di una pace più duratura o di una prosperità tanto diffusa come adesso.

Per la prima volta le malattie infettive uccidono meno dell’invecchiamento, le carestie meno dell’obesità e le violenze meno degli incidenti.

Nei secoli passati abbiamo vissuto situazioni analoghe: dalle grandi migrazioni di popoli interi alle malattie infettive, entrambe provenienti dalle steppe asiatiche.

Nel 14° secolo, arrivò in Europa la Peste nera.

Gli umani incolparono divinità arrabbiate, demoni malvagi o l’aria cattiva, senza nemmeno sospettare l’esistenza di batteri e virus.

Non potevano immaginare che una singola goccia d’acqua potesse contenere un’intera armata di predatori mortali.

Il rimedio, consistente in preghiere di massa rivolte a Dio o a vari santi, fu però controproducente.

E aiutò poco anche l’isolamento.

Solo tornando all’età della pietra (con enormi spazi non abitati) sarebbe stato possibile trovare condizioni tali da contrastare l’epidemia.

Ed evidentemente, ora come allora, nessuno può farlo.

Nel Medioevo morì oltre un quarto dell’intera popolazione dell’Asia e dell’Europa.

Nel ventunesimo secolo, nonostante orrendi focolai come l’AIDS, l’Ebola o il Coronavirus, le epidemie uccidono una percentuale molto più piccola di umani rispetto a qualsiasi altro periodo precedente.

Sembrerebbero determinanti i farmaci.

In realtà, la migliore difesa che abbiamo contro i patogeni non è l’isolamento o il vaccino ma l’informazione.

L’umanità ha vinto la guerra contro le epidemie più recenti perché mentre i patogeni si basano su mutazioni cieche, gli scienziati si basano sull’analisi scientifica delle informazioni.

Oggi, la genetica permette agli scienziati di spiare il manuale di istruzioni dei patogeni.

Nel caso del Sars-Cov2, abbiamo impiegato solo due settimane per identificare il virus responsabile e soprattutto il suo intero genoma.

Pochi mesi per sviluppare test che ci dicono chi ha il virus e chi no. E per progettare, testare e produrre i vaccini.

Anno1967: il vaiolo infettò 15 milioni di persone e ne uccise 2 milioni.

Nel decennio successivo la campagna globale di vaccinazione contro il vaiolo ebbe così tanto successo, che nel 1979 l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò che l’umanità aveva vinto e che il vaiolo era stato completamente eradicato.

Anno 2019: non una sola persona è stata infettata o uccisa dal vaiolo.

Vaccinazioni, antibiotici, miglioramento dell’igiene e migliori infrastrutture mediche hanno permesso all’umanità di avere il sopravvento sui suoi predatori invisibili. E continueranno a farlo.

Ma perché tutto questo non si riveli una magnifica utopia è necessaria l’onesta condivisione di informazioni scientifiche affidabili e solidarietà globale.

Cosa che ovviamente comporta un alto livello di fiducia e la massima cooperazione internazionale. Ne saremo capaci?

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 2’00”

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