Ti conosco mascherina. Davvero?

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di Alberto Aiuto 

Da sei mesi siamo entrati nell’era globale della mascherina e non sappiamo quando ne usciremo (Marcello Veneziani).

Il tema è ormai divenuto uno dei principali argomenti di discussione, ma la confusione regna sovrana, anche grazie alla comunicazione mediatica, ridondante e spesso contraddittoria.

La trasmissione dei coronavirus avviene in due modi: con il contatto fisico con mani, superfici, cibi od oggetti contaminati; attraverso l’inalazione delle goccioline emesse dagli individui contagiati, quando parlano, starnutiscono, tossiscono o respirano.

Le mascherine rappresentano una misura per il contenimento della trasmissione del virus, insieme al distanziamento fisico, l’igiene delle mani e il non toccarsi viso, naso, occhi e bocca.

Anche se all’inizio la mascherina era ritenuta inutile, da aprile è divenuta obbligatoria nei luoghi in cui non è possibile mantenere il distanziamento fisico, sia chiusi che all’aperto, soprattutto tra le ore 18 e le 6.

La mascherina: razionale d’uso.

In assenza di farmaci o vaccini, per evitare il contagio, a parte il lockdown, abbiamo la mascherina, che ha una duplice funzione: proteggere noi dall’acquisizione del virus e nello stesso tempo a proteggere gli altri dal contagio.

E’ dunque uno schermo, da indossare, magari il minimo indispensabile, evitandola quando siamo soli, nelle nostre auto o all’aperto, lontani da ogni assembramento.

E cercando di ridurre al minimo il tempo di permanenza in luoghi o situazioni che la richiedono.

Per inciso ricordiamo che per contatto suscettibile di dar luogo a contagio, l’OMS intende un rapporto ravvicinato (inferiore a 2 metri) con un soggetto positivo per oltre 15 minuti.

Evidentemente su questo parametro è stata tarata l’app Immuni o il riempimento degli scuola-bus. Ma le mascherine non sono tutte uguali: attualmente ne sono disponibili 3 tipi, con un diverso grado di protezione.

Le mascherine di comunità.

Sono un semplice strumento di barriera, eventualmente lavabile, non soggetto a particolari certificazioni.

In realtà non sono né dei dispositivi medici, né di protezione individuale, ma una misura igienica.

Devono aderire al viso coprendo dal mento al naso per garantire uno schermo adeguato per naso e bocca, essere realizzate in materiali multistrato che non devono essere né tossici né allergizzanti né infiammabili e che non rendano difficoltosa la respirazione.

L’impressione è che siano meglio di niente, consentite quando mancavano le più efficaci mascherine chirurgiche, arrivate poi con colpevole ritardo.

Le mascherine chirurgiche.

Sono mascherine a uso medico, utilizzate finora in ambiente sanitario e certificate in base alla loro capacità di filtraggio.

Funzionano impedendo la trasmissione, dunque servono per proteggere gli altri dal contagio che noi possiamo rappresentare perché è disegnata per bloccare buona parte delle goccioline di saliva che emettiamo respirando e parlando.

Il chirurgo la indossa per evitare di contaminare il campo operatorio, non perché teme che l’operato lo possa contagiare.

In termini percentuali possiamo dire che la capacità filtrante è pressoché totale verso l’esterno (superiore al 95% per i batteri) mentre è molto ridotta, dall’esterno verso chi le indossa (circa il 20%).

Quindi, indossarla è un atto di generosità verso gli altri.

Va considerata una protezione reciproca, tanto più efficace se la indossano tutti: io la indosso per non contagiare gli altri, gli altri la devono indossare per non contagiare me.

Le mascherine FFP2 e FFP3.

Queste mascherine proteggono dal contagio solo chi le porta.

Le mascherine FFP2 o N95 filtrano il 94-95% delle particelle che si trovano nell’aria fino a dimensioni di 0,6 micron, mentre le FFP3 bloccano il 99%: filtrano ciò che entra dentro la maschera e non quello che esce.

Questo significa che se chi la indossa è già infetto, il suo respiro può arrivare agli altri e contagiarli.

Dunque in genere vengono indossate dai medici che sono più a rischio.

Mentre non ha senso indossarle per strada, a meno che non si abbiano patologie (respiratorie) gravi o croniche (tumori, diabete, etc).

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 1’50”

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