Il farmaco che verrà: e se l’OGM fosse un uomo?

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di Alberto Aiuto

Il farmaco che verrà:

Nel corso dei secoli/millenni, l’umanità ha sempre ricercato qualcosa che potesse alleviare le sue sofferenze.

Siamo passati da rimedi naturali a medicamenti sempre più efficaci e ben tollerati.

Ormai arrivano in farmacia solo farmaci con un rapporto rischio/beneficio favorevole.

In questo momento ci troviamo in un periodo di profonda trasformazione dell’industria farmaceutica.

Comunque la pensiamo, la verità è che non siamo tutti uguali, checchè abbiano teorizzato i vari Voltaire e Rousseau.

In natura ci sono differenze fisiche, genetiche, ambientali, culturali, oltre al diverso colore della pelle, dei capelli e degli occhi.

Ogni individuo ha impronte digitali o iridi uniche.

Ma, attenzione, questo non significa che esista una “razza” superiore o migliore delle altre (dopo la seconda guerra mondiale, fu dimostrato che il concetto di razza è scientificamente infondato), ma soltanto che esiste una biodiversità.

Facilmente accettata quando parliamo di specie animali o vegetali, ma meno facile da accettare quando discutiamo di farmaci, mediamente efficaci in non più del 90% dei casi.

Il problema è che anche quel 10% restante vuole e ha diritto ad una cura efficace.

Tutto questo comporta che, specie in alcune patologie gravi, si sta passando dal concetto “lo stesso farmaco va bene per tutti” (one drug fits all, direbbero gli anglofoni) alla terapia personalizzata.

Nel futuro prossimo, il malato riceverà quindi farmaci prodotti su misura per i suoi sintomi e il suo profilo genetico/immunitario, con pochissimi effetti collaterali e maggiore efficacia.

Il trattamento sarà adattato alle caratteristiche individuali o ai sintomi e alle risposte di un paziente durante tutte le fasi dell’assistenza.

In realtà già sono disponibili alcuni di questi farmaci, soprattutto nel caso di malattie rare ed oncologiche, frutto di ricerche nate più di 20 anni fa.

Ad esempio, abbiamo un farmaco (ivacaftor), utilizzato dal 4% dei pazienti con fibrosi cistica, portatori della mutazione G551D (un gene importante per regolare il trasporto di sale e acqua nel corpo).

Il farmaco che verrà: Sono già disponibili le Terapie Car-T, destinate al trattamento di due tumori ematologici:

  1. leucemia linfoblastica e
  2. linfoma a grandi cellule B.

In questo caso, si prelevano i linfociti T (sono le cellule immunitarie che riconoscono le sostanze estranee, potenzialmente dannose e le distruggono) del paziente; si modificano, in specifici laboratori di ingegnerizzazione, per farle aderire alle cellule tumorali e si reimmettono nel paziente dove eliminano le cellule maligne.

Ovviamente questo farmaco deve essere preparato per ogni singolo paziente.

E il costo per trattamento è di 400 mila euro.

Il farmaco che verrà: Nel prossimo biennio verranno approvati 40 prodotti analoghi e altri 140 potrebbero essere approvati entro cinque o sei anni.

Evidente quindi come sia diventato urgente il tema della sostenibilità, tanto più che esistono aree terapeutiche meno “rare” non ancora affrontate:

  1. Alzheimer,
  2. Parkinson,
  3. depressione,
  4. asma,
  5. ipertensione,
  6. etc.

È evidente la necessità di ripensare l’intero sistema salute per poterle rendere effettivamente disponibili a tutti.

Non solo, in prospettiva esistono anche enormi problemi etici da superare, in quanto la terapia genica cerca di correggere quei geni del DNA che non funzionano, moltiplicando l’efficacia di alcuni e riducendo al silenzio altri.

In Cina, un ricercatore ha modificato il DNA di due gemelle immunizzandole al virus HIV (AIDS).

Siamo già diventati bionici (la chirurgia è in grado di sostituirci reni, fegati, polmoni, cuori, midollo, articolazioni mal funzionanti).

Fra qualche anno avremo anche l’uomo OGM, altro che mais e affini.

Meditate gente, avrebbe detto Renzo Arbore, quando combatteva l’invecchiamento con una bionda (birra).

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 1’10”

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