Malaria e Coronavirus: lo strano caso dei Masai italiani 

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di Alberto Aiuto

Malaria e Coronavirus:

In un precedente articolo, abbiamo parlato di malaria, oggi endemica nelle regioni tropicali e subtropicali del mondo, soprattutto nell’Africa subsahariana.

In Italia questa malattia era presente in passato in aree paludose (Agro Pontino, Maremma).

Poi chinino e bonifiche hanno debellato questo flagello.

Dal 1970 l’Italia è zona indenne per la comparsa di focolai di malaria.

Ma esistono punti di contatto con il Covid-19? 

Abbiamo visto come l’organismo di chi vive nelle aree malariche abbia cercato di adattarsi, o sviluppando anticorpi, purtroppo efficaci solo su alcune varianti del parassita o diminuendo i livelli di ferro, considerati un fattore di protezione contro la malaria:

In pratica l’anemia, di cui sono affetti ad esempio i Masai, impedirebbe loro di contrarre la malattia.

Quando si è cercato di integrare questo metallo, la popolazione si è ammalata di più.

Sappiamo anche che gli immigrati di colore presenti in Italia non si contraggono l’infezione da Covid-19 in maniera grave e che l’Africa finora non sembra subire nei numeri l’effetto pandemico.

È quanto avviene, con le dovute differenze, in Sardegna, un’isola che in passato ha sofferto di malaria e ancora oggi soffre di favismo (anemia mediterranea), diffuso non a caso nelle (vecchie) province di Oristano e Cagliari.

Inoltre, questa regione è tra quelle a più bassa diffusione di contagi da Covid-19, ha un numero molto basso di pazienti ospedalizzati e in terapia intensiva.

Malaria e Coronavirus:
Cosa accomuna i sardi e i Masai?

Non certamente l’altezza, l’antica società pastorale o il raggio delle capanne e dei nuraghi.

Più probabilmente, siccome non si può pensare ad una immunizzazione acquisita (il Covid-19 è un virus recente), alcuni studiosi hanno ipotizzato che la malaria abbia determinato la selezione di particolari geni (presenti in circa il 50% dei sardi) che danno risposte molto più potenti a livello anticorpale, sia nei confronti della malaria che di altri attacchi, come quello del Covid-19.

In pratica l’anemia mediterranea, determinata dalla distruzione dei globuli rossi, sarebbe causata da una carenza enzimatica sviluppata proprio in conseguenza della malaria.

Questo costituirebbe un fattore di protezione anche nei confronti del coronavirus.

Malaria e Coronavirus:
Ma i punti di contatto tra malaria e il nuovo virus non finiscono qui.

Uno dei farmaci proposti per combattere le infezioni da Covid-19 è l’idrossiclorochina, utilizzato da anni contro la malaria e più di recente nella sindrome respiratoria acuta grave (SARS).

Il razionale d’uso risiederebbe nella sua efficacia nelle infezioni da microrganismi intracellulari.

Questa sostanza sarebbe in grado di impedire l’ingresso del Plasmodio e del Covid nelle cellule e dunque di bloccarne la replicazione, alla dose di 500 mg due volte al giorno.

Il farmaco avrebbe anche un’attività immuno-modulante che potrebbe bloccare la reazione anti-infiammatoria, in sinergia con l’effetto antivirale in vivo.

Secondo alcuni sperimentatori, il 75% dei pazienti con forme lievi, moderate di Covid-19, trattati con il Plaquenil (idrossiclorochina), dopo sei giorni di trattamento avevano una carica virale negativa.

Purtroppo, finora altri studi controllati non hanno confermato pienamente questa intuizione.

E, in ogni caso le controindicazioni (cautela nei pazienti cardiopatici, con maculopatie o alterazioni retiniche, possibile ipoglicemia anche in assenza di terapia ipoglicemizzante) ne limiterebbero notevolmente l’impiego.

Abbiamo dunque ipotesi interessanti e suggestive, che vanno supportate da ricerche scientifiche.

I prossimi screening (sierologici) ci potranno fornire ulteriori dati a favore o meno di questa ipotesi.

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 1’40”

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