Obbligo o non obbligo di vaccinazione: questo è il dilemma

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di Alberto Aiuto

Una recente indagine sulla propensione della popolazione italiana ad aderire alla campagna vaccinale, ha rivelato che il 18% della popolazione non sembra intenzionato a vaccinarsi.

Da questo nasce il dibattito sulla obbligatorietà della vaccinazione, soprattutto tra i lavoratori (specie tra gli operatori sanitari).

Se nella battaglia al coronavirus possiamo vedere una luce in fondo al tunnel è grazie al vaccino.

Nessuno avrebbe mai immaginato che in 10 mesi avremmo ottenuto un simile risultato.

Il sondaggio sulla propensione ad aderire alla campagna vaccinale ha rivelato che 2 italiani su 3 (il 65,2%), e soprattutto over 65 (69,4%) intende vaccinarsi contro il Covid, anche perché questo consentirebbe un rapido ritorno alla normalità.

Questa percentuale salirebbe al 75,7% (80,8% tra gli over 65 anni), se venissero offerte maggiori.

Quindi le parole chiave per il successo della campagna vaccinale sono:

  • comunicazione efficace,
  • logistica adeguata,
  • efficienza e professionalità nel processo di erogazione.

Già migliorare questi aspetti ci porterebbe alla tanto auspicata immunità di gregge.

Ma i lavoratori sono obbligati a vaccinarsi? 

Premesso che per gli operatori sanitari dovrebbe essere anche un dovere deontologico, su tutto dovrebbe prevalere il concetto di minaccia della salute della collettività, che supera la libera scelta individuale, come affermato nell’art.3 della Costituzione.

L’obbligatorietà è nata circa cinquant’anni fa per contrastare malattie che causavano migliaia di morti e disabili.

Oggi sono obbligatorie le vaccinazioni per:

  • difterite,
  • tetano,
  • pertosse,
  • poliomielite,
  • epatite B,
  • Haemophilus influenzae tipo b,
  • morbillo,
  • parotite,
  • rosolia
  • varicella

per la frequenza scolastica di bambini e ragazzi fino a 16 anni.

La loro mancata somministrazione preclude l’iscrizione agli asili nido e alle scuole materne.

Per gli adulti è previsto l’obbligo di determinate vaccinazioni per alcune categorie di lavoratori (es. antitetano ecc).

In ogni caso, il Covid-19 (definito in burocratese “agente biologico”) potrebbe essere considerato un “infortunio” sul lavoro, per cui l’obbligo di vaccinazione tutelerebbe il lavoratore, i colleghi e, non ultimo i cittadini con cui si viene a contatto.

Pertanto la vaccinazione (in assenza di valide terapie alternative) dovrebbe rientrare necessariamente nei criteri di idoneità al lavoro, che potrebbe motivare quanto meno il trasferimento ad altro incarico.

Le domande successive sono se il datore di lavoro può chiedere:
  • Ai propri dipendenti di vaccinarsi contro il Covid per accedere ai luoghi di lavoro e per svolgere determinate mansioni, non solo in ambito sanitario.
  • Al medico competente i nominativi dei dipendenti vaccinati.
  • Conferma della vaccinazione direttamente ai lavoratori.

A queste domande ha risposto il Garante per la privacy con le Faq pubblicate sul sito https://www.garanteprivacy.it/temi/coronavirus/faq#lavoro

L’intento è di “fornire indicazioni utili ad imprese, enti e amministrazioni pubbliche affinché possano applicare correttamente la disciplina sulla protezione dei dati personali nel contesto emergenziale, anche al fine di prevenire possibili trattamenti illeciti di dati personali e di evitare inutili costi di gestione o possibili effetti discriminatori”.

In attesa di una legge ad hoc, che eventualmente imponga la vaccinazione anti Covid quale condizione per lo svolgimento di determinate professioni, attività lavorative e mansioni, il Garante ha chiarito che non è possibile acquisire, neanche con il consenso del dipendente o tramite il medico competente, i nominativi del personale vaccinato o la copia delle certificazioni vaccinali.

In questi casi si applicano le disposizioni vigenti sulle “misure speciali di protezione” previste per gli ambienti lavorativi (art. 279 del d.lgs. n. 81/2008).

Tuttavia, in ambito sanitario, il datore di lavoro può chiedere una valutazione di idoneità alla mansione specifica svolta dal dipendente al medico competente, in modo da poter attuare, nei casi di giudizio di parziale o temporanea inidoneità, le misure più efficaci.

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 2’00’’

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