Lockdown coronavirus: Una testimonianza dal Regno unito

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di Alex F. Romeo

Lockdown coronavirus in UK:

Anche il Regno Unito alla fine ha optato per il “lockdown”.

A volte perdi la percezione dello scorrere del tempo quando sei inchiodato a casa e la tua produttività ha un crollo verticale quando sei costretto a dividere la tua attenzione tra il computer di casa e un pargolo di tre anni, per cui ogni cosa al mondo è una novità con cui giocare… email di lavoro comprese.

Sembra ieri che il primo ministro Boris Johnson aveva annunciato che non avrebbe fatto nulla per contenere il Coronavirus, per sviluppare rapidamente una “immunità di gregge”.

Salvo fare una clamorosa retromarcia in 24 ore ed annunciare una chiusura della nazione – in stile Italia – in 48.

La narrativa ufficiale dice che il cambio di linea sia stato messo a punto dopo una ulteriore consultazione con i responsabili medici britannici al più alto livello.

Plausibile, certo un retro pensiero rimane:

Non sarà che il cambio di linea sia stato dettato dopo che sia il Principe Carlo, erede al trono, e l’assistente personale di Sua Maestà Elisabetta II sono stati trovati positivi al COVID 19?

Lockdown coronavirus in UK:

A volte le vicende umane assumono una sottile vena comica nella drammaticità, quando il premier ti chiede – con un discorso che vorrebbe riecheggiare quelli di Winston Churchill – di essere pronto alla morte dei tuoi cari e poi i primi ad essere contagiati sono il Ministro Della Sanità, il Segretario di Stato per la Salute, nonché il Primo Ministro stesso.

E ti senti anche un privilegiato a poter fare ironia sulla situazione in corso, tu che un lavoro lo hai.

Per molti non è più così, tra cui diversi italiani.

Non è un mistero che una cospicua parte dei nostri connazionali lavorasse nella ristorazione:

Un settore che nel Regno Unito impiega circa un milione di persone ed ha un giro di affari di 38 miliardi di sterline.

Ristoranti, pub, locali chiusi dall’oggi al domani per arginare la diffusione del contagio.

Chef, aiuto cuochi, camerieri lavapiatti si sono ritrovati di punto in bianco con un lavoro in meno e tante domande sul futuro in più.

Lockdown coronavirus in UK:

È stato straziante leggere su molti Forum di Italiani in UK il travaglio nella scelta tra il rimanere qui, senza lavoro e senza soldi per pagare l’affitto, e tornare in Italia nel momento più acuto della pandemia, con il rischio di contagiare inconsapevolmente i propri cari.

Fortunatamente, Il Governo ha messo in campo una serie di sussidi a sostegno della nuova massa di disoccupati incolpevoli che si è venuta a creare:

Scelta lungimirante,  per preservare una forza lavoro che rischia di andare perduta per sempre, specie tra gli expat.

Personalmente in alcuni meeting di lavoro, di fronte alla richiesta della mia nazionalità, ho dovuto chiarire che non ero stato in Italia da oltre un anno e comunque non la mia città di origine non era nelle zone più a rischio:

Questo mi ha fatto sentire di colpo uno straniero in quella che è ormai la mia Patria da una dozzina d’anni.

Ma c’è a chi è andata peggio:

Penso ai cinesi-britannici di China-Town, quartiere centralissimo vicino a Leicester Square:

Nati qui, con contatti assai sporadici con la Patria d’origine, eppure additati esplicitamente come untori e per questo ghettizzati.

Qui, come in qualsiasi altra nazione del mondo, questo virus lascerà cicatrici profonde, che andranno al di là di un eventuale lutto; speriamo che diffonda il valore della solidarietà ed un senso più profondo del bene comune, che a volte è messo in secondo piano nella corsa vorticosa nella nostra esistenza.

Alex F. Romeo

Tempo di lettura: 1’40”

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