Il tampone rino-faringeo ci salverà?

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di Alberto Aiuto

Il tampone rino-faringeo:

La strategia anti-Covid delle tre T prevede di testare la popolazione a rischio di contagio, di tracciare i contatti, di trattare le persone positive.

Alcuni scienziati evidenziano la necessità di ricercare anche la carica virale per soggetto sottoposto a tampone.

Il tampone rino-faringeo si fa per verificare la presenza del Covid-19 nelle prime vie aeree.

Semplificando, si prende un cotton-fioc e si sfregano le mucose del naso e della faringe.

Si preleva un piccolo quantitativo di materiale biologico che conterrà cellule e altre sostanze organiche:

L’obiettivo è la ricerca dell’RNA del coronavirus che utilizza il proprio codice genetico per prendere il controllo e “riprogrammare” le cellule, trasformandole in fabbriche di virus.

Si chiude poi il tamponcino in una provetta e si manda in laboratorio.

Il tampone rino-faringeo: Tecnicamente l’analisi richiede 2-6 ore, anche se i risultati verranno comunicati dopo 4-6 giorni.

Naturalmente le quantità prelevate sono molto piccole.

Dunque per trovare l’eventuale RNA è necessario far riprodurre il virus (tecnicamente si amplifica una parte specifica dell’acido nucleico virale centinaia di migliaia di volte), permettendo di individuarlo facilmente.

L’operazione di amplificazione viene ripetuta decine di volte:

Più è elevato il numero di cicli di amplificazione, tanto minore è la quantità di materiale riconducibile a Sars-CoV-2 presente nella gola e nel naso e la possibilità di contagiare cala di pari passo.

Spesso la positività di questi tamponi emerge solo con 34 e 38 cicli di amplificazione, che corrispondono a meno di diecimila copie di RNA virale presenti nelle mucose.

Il tampone rino-faringeo: Piccole quantità di virus bastano per diffondere l’infezione?

Sorge spontaneo chiedersi se i debolmente positivi siano in grado di trasmettere il Covid19 perché, in questi casi, ci può essere solo una carica virale molto bassa oppure frazioni del genoma virale (in pratica il virus non c’è più).

Molti scienziati sostengono che sotto le 100.000 copie di RNA, non c’è un sostanziale rischio di contagio.

In pratica li definiamo contagi, ma sono solo persone positive al tampone.

Per fare un paragone con l’HIV (un retrovirus, non un coronavirus), si sa che una carica virale non rilevabile ovvero inferiore al livello di sensibilità del test non è contagiosa.

Per carica virale si intende la quantità di virus che aggredisce una persona esposta al contagio.

Il tampone rino-faringeo: Se la carica è bassa l’individuo non si ammala e comunque trasmetterà poco virus.

Le persone positive al coronavirus con una carica virale molto bassa potrebbero essere considerate negative.

Sarebbe dunque opportuno definire formalmente una soglia sotto la quale non considerare una persona contagiosa.

Più semplicemente, qual è il limite della carica virale sotto al quale una persona non contagia chi le sta accanto?

Forse questo consentirebbe l’utilizzo anche dei test salivari che hanno una sensibilità del 50% (ovvero non in grado di rilevare cariche virali basse).

In questo modo si  potrebbe evitare l’isolamento prolungato non solo della persona risultata positiva ma anche dei loro familiari e dei contatti più stretti, che poi andrebbero sottoposte a loro volta a tampone.

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 1’30”

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